Il prezzo del diesel continua a preoccupare automobilisti e imprese italiane, in un mercato dei carburanti fortemente condizionato dalle tensioni geopolitiche. Il meccanismo alla base dei rincari è legato soprattutto alla dipendenza del mercato energetico dalle quotazioni internazionali del petrolio e dei prodotti raffinati. Quando una guerra minaccia le aree di produzione o le principali rotte commerciali, gli operatori incorporano immediatamente nei prezzi il rischio di possibili interruzioni delle forniture.
A settembre 2026 il fenomeno è particolarmente evidente. Il gasolio ha raggiunto livelli superiori ai 2 euro al litro: secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 12 settembre il prezzo medio self-service era di 2,208 euro al litro, mentre in autostrada arrivava a 2,285 euro. Rispetto alla situazione precedente all’attuale crisi in Medio Oriente, il diesel risultava aumentato di circa il 26%.
Perché il diesel risente maggiormente delle guerre
Il prezzo del diesel al distributore non dipende soltanto dal costo del petrolio. Un ruolo fondamentale è svolto dalle quotazioni dei prodotti raffinati, dai costi di trasporto, dal cambio euro-dollaro, dalla disponibilità di capacità di raffinazione e dalla fiscalità.
Le guerre possono intervenire su più di uno di questi fattori contemporaneamente. Un esempio è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una quota significativa dei traffici mondiali di petrolio e prodotti energetici. Il rischio di un blocco o di forti rallentamenti delle rotte aumenta i costi di trasporto e i premi assicurativi e spinge gli operatori ad acquistare carburante a prezzi più elevati.
Il diesel, inoltre, non viene utilizzato soltanto dalle automobili. È essenziale per camion, mezzi agricoli, macchinari, numerose attività produttive e imprese. Un suo aumento può quindi trasferirsi progressivamente anche sui prezzi di trasporto e delle merci.
Il quadro resta legato soprattutto all’evoluzione del conflitto e alla capacità dei mercati di garantire forniture regolari. Gli analisti hanno ipotizzato scenari ancora più pesanti in caso di ulteriore escalation, ma si tratta di previsioni e non di aumenti già determinati.
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