Se c’è un dettaglio che racconta bene il nostro tempo, è la materia. Non il design ma ciò che sta sotto: da dove arriva, quante volte può rinascere, che cosa significa davvero “nuovo” in un mondo che ha già prodotto quasi tutto. Nell’orologeria questa domanda è entrata nel prodotto: nella cassa, nel bracciale, nel cinturino, perfino nella scheda tecnica.
Per anni la sostenibilità è rimasta spesso ai margini dell’oggetto: confezioni più sobrie, filiere raccontate meglio, progetti aziendali. Oggi, invece, la partita si gioca anche sul materiale, con una differenza cruciale: non basta una dichiarazione generica, servono numeri e scelte esplicite.
Il caso più netto, proprio perché dichiarato in modo diretto, è il Panerai Submersible eLAB-ID del 2021. Parliamo di un concept: non un prodotto pensato per fare volumi, ma un laboratorio aperto. Panerai indica una quota del 98,6% di materiali recycled–based calcolati sul peso. Il dato, da solo, costringe a guardare l’orologio in modo diverso: non più soltanto come somma di forma e meccanica, ma come somma di provenienze. E il fatto che sia un concept, qui, non indebolisce l’idea, perché l’obiettivo è mostrare una direzione e mettere un numero sul tavolo.
Chopard sceglie una strada diversa, più vicina alla normalità del catalogo che al manifesto. L’Alpine Eagle viene proposto in Lucent Steel e la Maison comunica un traguardo preciso: arrivare ad almeno il 90% di acciaio riciclato, con una transizione verso percentuali più alte impostando la sostenibilità come un serio percorso industriale.
Apple Watch ragiona ancora diversamente: la sostenibilità come documento pubblico. Le schede ambientali indicano 100% alluminio riciclato per le versioni in alluminio e 95% titanio riciclato per le versioni in titanio, oltre ad altri metalli riciclati in componenti interni. È un linguaggio quasi amministrativo, ma potente: non chiede fiducia “a sentimento”, ma sposta il tema sulla certezza che il metallo è parte sostanziale dell’identità dell’oggetto indossabile.
Swatch dal canto suo lavora su di una leva del tutto particolare: la percezione. La Bioceramic – usata in diverse famiglie di prodotto – è dichiarata come un mix tra una componente bio-sourced (derivata da olio di ricino) e una parte ceramica. Qui l’innovazione è anche nel modo in cui la materia “nuova” entra nel lessico del pubblico: leggerezza, colore, una sensazione al polso diversa dai polimeri tradizionali.
Fin qui il metallo. Ma nella vita reale spesso è il cinturino a raccontare la svolta. A questo proposito Iwc affronta dal 2022 uno dei terreni più delicati: l’alternativa al cuoio. Con MiraTex (Mirum) la Maison parla di un materiale plant-based e senza plastica. La domanda, qui, non è “se” si possa sostituire la pelle, ma “come” farlo senza perdere qualità. È un tema meno appariscente di una nuova complicazione, ma tocca un punto reale dell’esperienza: il cinturino è spesso il primo giudizio, e anche la prima parte che invecchia.
Infine, la curiosità che spiega bene una tendenza: l’upcycling industriale come collaborazione. Hublot Big Bang Unico Nespresso Origin dichiara l’uso di alluminio riciclato (anche da capsule) e componenti del cinturino legati a fondi di caffè e materiali riciclati. È un oggetto che mette insieme due rituali quotidiani – la tazzina e il polso – e li trasforma in racconto di filiera. Può piacere o meno come idea, ma ha il merito di rendere visibile un concetto: la materia “di ritorno” non è per forza anonima. La sintesi, guardando questi esempi, è: non basta dire sostenibile, bisogna dire dove. E con quali numeri. Per chi scrive e per chi compra, la bussola resta la stessa: trasparenza, chiarezza, coerenza. Il resto è gusto. Ma la materia, ormai, è anche informazione.
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