Le automobili di successo assomigliano ai primi della classe: prendono buoni voti, non danno problemi e finiscono rapidamente nel dimenticatoio. Le automobili che sbagliano, invece, hanno spesso una seconda vita. Diventano racconti, aneddoti, casi di studio.
Il recente dibattito sulla Ferrari Luce ha riportato in superficie una vecchia verità: ogni volta che un costruttore prova a cambiare le regole del gioco, qualcuno applaude e qualcun altro chiede l’intervento della polizia del buon gusto. Da qui nasce questo processo semiserio alle vetture che hanno fatto discutere nei primi venticinque anni del XXI secolo.
Attenzione, però. Non tutte siedono sul banco degli imputati per lo stesso reato. Alcune avevano visto il futuro prima degli altri. Altre hanno tradito una promessa. Altre ancora hanno avuto paura di sé stesse. Come nei migliori romanzi gialli, i colpevoli non sono sempre quello che sembrano.
I flop che avevano ragione
Sono le automobili più affascinanti. Quelle che il pubblico ha guardato con sospetto e che, qualche anno dopo, sembrano meno assurde di quanto apparissero al debutto
Ferrari Luce (2026)

Capo d’accusa: eccesso di futuro | Per quasi 80 anni una Ferrari è stata definita da un rumore. Nel 2026, in piena rivoluzione elettrica, Maranello decide invece di costruire una Ferrari che deve convincere senza il rombo, che, però, rimane on demand. Apriti cielo. Una parte degli appassionati reagisce come certi italiani all’estero: attraversano il mondo per scoprire cose nuove e poi si lamentano che gli spaghetti sono scotti e annegano nel sugo. La Luce da 550 mila euro, tuttavia, non nasce per chiedere perdono. Se si fosse limitata a essere una Ferrari tradizionale privata del motore termico, avrebbe tradito il proprio Dna molto più di quanto non faccia oggi.
Le sue linee guardano al futuro, alla tecnologia, alla cultura digitale. Qualcuno la paragona a un iPhone. E forse il paragone non è nemmeno così irriverente. La sorpresa arriva all’interno. Mentre il resto dell’industria elimina pulsanti e comandi fisici, Ferrari Luce torna a valorizzarli. È quasi una provocazione culturale: quando si guida si guida. Non si naviga sui social. Flop? Capolavoro? Nessuno può ancora dirlo. Ma la storia dell’automobile insegna una cosa: le vetture davvero importanti non nascono mai nell’indifferenza.
Renault Avantime (2001-2003)

Capo d’accusa: abuso di fantasia | Siamo nel 2001. Internet promette di cambiare il mondo. Tutto sembra possibile. Renault presenta una vettura che pare arrivare dal futuro: una monovolume-coupé a tre porte, senza montante centrale, con enormi superfici vetrate e un’impostazione che sfida ogni classificazione. L’Avantime era un’idea meravigliosa. Forse troppo. Le gigantesche portiere richiedevano soluzioni tecniche sofisticate. La gravità, però, continuava a lavorare a tempo pieno. Rumori, assestamenti e problemi di allineamento finirono per complicare la convivenza. Il mercato la respinse. Oggi viene guardata con simpatia crescente. Aveva probabilmente torto nei conti economici, ma ragione nell’ambizione.
Pontiac Aztek (2001-2005)

Capo d’accusa: errore di narrazione | Oggi ogni costruttore costruisce Suv pensate per il tempo libero. Nel 2001 quella formula non esisteva e la Aztek ha provato a inventarla. Il risultato estetico è stato definito in tutti i modi possibili, raramente benevoli. Sembrava progettata da più designer chiusi in stanze separate che non avevano mai confrontato i rispettivi schizzi. Eppure, l’idea di fondo era corretta: versatilità, sport, vita all’aria aperta, multifunzionalità. La Aztek non ha sbagliato il concetto, ma il modo di raccontarlo. Pontiac, marchio del Gruppo Chrysler, non esiste più.
I flop che hanno tradito una promessa
Sono i casi più dolorosi. Perché queste auto promettevano esattamente ciò che il cliente desiderava. E proprio per questo la delusione fu enorme
Volkswagen Golf Gtd (2015)

Capo d’accusa: doppia personalità | Per anni il Diesel è stato il figlio modello dell’automobile europea. La Golf Gtd ne rappresentava il manifesto perfetto: prestazioni sportive, consumi contenuti, coscienza ecologica apparentemente immacolata. Poi arriva il Dieselgate. Non è stato soltanto uno scandalo industriale, ma una crisi culturale. La Golf Gtd è diventata il volto pubblico dell’intera vicenda, perché incarnava il paradosso nella sua forma più evidente: l’auto che avrebbe dovuto dimostrare quanto il Diesel potesse essere pulito diventata il simbolo dell’ecologia tradita.
Mini Cooper S N14 (2006-2010)

Capo d’accusa: seduzione aggravata da danni meccanici | Bella. Divertente. Desiderabile. La Mini Cooper S di seconda generazione sembrava avere tutto. Poi il proprietario iniziava a frequentare il meccanico. Il motore turbo N14 entrò nella leggenda per ragioni sbagliate: catene di distribuzione problematiche, consumi d’olio elevati, pompe ad alta pressione poco affidabili. È uno dei casi più classici della storia dell’automobile: amore a prima vista, separazione consensuale dopo qualche anno. Nel 2010 arriva il nuovo motore N18 e Mini ritorna la top.
Lancia Thesis (2001-2009)

Capo d’accusa: il capolavoro fragile diventa incompreso |La Lancia Thesis è un’ammiraglia dal fascino magnetico: interni in pelle Poltrona Frau, materiali nobili e sospensioni Skyhook offrono un comfort superiore a molte auto moderne. Lo stile audace e il sound vellutato dei motori Busso la rendono un’opera d’arte. Tuttavia, il rovescio della medaglia è severo: l’elettronica complessa e capricciosa è un tallone d’Achille, la reperibilità dei ricambi è scarsa e i costi di manutenzione proibitivi. Definirla “delicata” è riduttivo. È un’auto da collezionisti pazienti, più che un mezzo da usare quotidianamente: splendida da ammirare, ma un potenziale incubo per il portafoglio.
I flop che hanno avuto paura di se stessi
La categoria più malinconica. Perché queste vetture possedevano un’identità forte e, nel tentativo di piacere a tutti, hanno finito per smarrirla
Fiat Multipla Restyling (2004)

Capo d’accusa: rinnegamento della propria identità | La prima Multipla era una provocazione su quattro ruote. Brutta? Forse. Geniale? Senza dubbio. Sei posti veri in poco più di quattro metri, spazio abbondante e una personalità impossibile da ignorare. Nel 2004 Fiat decide di correggerla. Errore. La Multipla perde il suo tratto distintivo senza guadagnare eleganza. È il caso automobilistico più vicino a una chirurgia estetica riuscita male. Il tempo, giudice severissimo, ha emesso il verdetto: la prima serie è diventata un’icona del design contemporaneo. La seconda una nota a piè di pagina.
Ssangyong Rodius (2004)

Capo d’accusa: attentato al senso estetico | Qui il processo si complica. Perché la Rodius è talmente particolare da sfuggire alle categorie tradizionali. La sua linea sembra raccontare tre storie diverse in contemporanea. Il posteriore pare progettato osservando una nave traghetto. La fiancata sembra appartenere a un altro veicolo. Il frontale a un terzo ancora. È proprio il brutto anatroccolo. Eppure, possiede una virtù rara. La sincerità. Non vuole apparire sportiva. Non vuole apparire elegante. Vuole essere enorme. E in questo riesce magnificamente.
Smart Fortwo (2007-2014)

Capo d’accusa: eccesso di pragmatismo | Le città europee stanno cambiando. Traffico, zone pedonali, parcheggi impossibili, spazi sempre più ridotti. La Smart appare come una risposta perfetta. Ma il prezzo da pagare è elevato: sospensioni rigide, comfort limitato, cambio robotizzato che accompagna ogni cambiata con un piccolo cenno del capo. Era la dimostrazione che il futuro urbano esisteva già. Semplicemente, non era ancora diventato confortevole.
Citroën C3 Pluriel (2003)

Capo d’accusa: eccesso di versatilità | I primi anni Duemila adoravano gli oggetti trasformisti. La Pluriel voleva essere quattro automobili in una. Peccato che per diventarlo chiedesse al proprietario una collaborazione quasi artigianale. Smonta. Rimonta. Conserva i pezzi. Controlla il meteo. Incrocia le dita. Le infiltrazioni d’acqua e i problemi elettrici completarono il quadro. Un vero rammarico. Perché dietro il caos c’era una delle idee più poetiche del periodo.
Verdetto finale
Alla fine del processo emerge una conclusione inattesa. Nessuna di queste automobili è davvero colpevole. La Avantime ha osato troppo. La Multipla era troppo sincera. La Golf troppo sicura di sé. La Mini troppo brillante. La Luce forse troppo avanti. Ma i grandi errori dell’automobile nascono quasi sempre da una qualità portata all’eccesso. Ecco perché, a distanza di anni, si continua a parlarne. Delle vetture normali, invece, si è già dimenticato perfino il nome. Insomma: parlino bene, parlino male, purché se ne parli.
* Ha collaborato Nicole Berti di Carimante | Questo articolo è stato pubblicato su Business People di settembre 2026, scarica il numero o abbonati qui
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