Il bambino che perse la guerra: il prezzo invisibile della Storia

Nel suo ultimo romanzo Julia Navarro Fernández narra la perdita dell’infanzia come danno collaterale dell’ideologia

Il bambino che perse la guerra: il prezzo invisibile della Storia

C’è una guerra che si combatte con le armi e un’altra, più silenziosa, che si consuma nelle famiglie e nelle coscienze. È quest’ultima la protagonista dell’ultimo romanzo di Julia Navarro Fernández: quella che nasce quando la Storia irrompe nella vita privata e costringe a decisioni irreversibili prese “per il bene di qualcuno”. Ambientato tra la Guerra civile spagnola e l’Unione Sovietica staliniana, il romanzo Il bambino che perse la guerra sceglie una prospettiva precisa: non i leader o le strategie militari, ma un bambino strappato alla madre in nome di un futuro ritenuto migliore. Un futuro deciso da altri.

Il cuore della narrazione è la perdita dell’infanzia come danno collaterale dell’ideologia. Navarro costruisce un racconto corale in cui adulti animati da convinzioni politiche, paure e ambizioni agiscono spesso in buona fede, senza però interrogarsi fino in fondo sulle conseguenze delle loro scelte. Non ci sono eroi o colpevoli assoluti, ma persone che, in nome di un’idea superiore, smettono di vedere l’individuo concreto. L’ideologia diventa così uno strumento che giustifica separazioni, silenzi e rimozioni morali.

La scrittura è classica, solida, priva di compiacimenti. Richiede attenzione, ma restituisce una lettura densa e stratificata, capace di parlare anche al presente. Il bambino che perse la guerra non è solo un romanzo storico: è una meditazione sul costo umano delle grandi narrazioni. Un promemoria attuale: quando l’efficienza, la strategia o l’ideologia prendono il posto dell’empatia, anche la causa più giusta rischia di trasformarsi in una sconfitta.

Da Il bambino che perse la guerra

«Lei cercava di dirgli, senza troppa convinzione, che non doveva preoccuparsi per la partenza, che sarebbe andato tutto bene e che sarebbe tornato presto, ma sentiva che stava mentendo non solo a suo figlio, ma anche a se stessa. (…). Suo figlio le si aggrappava forte alla mano e tra le lacrime la implorava: “Non voglio, mamma, non voglio”. Lo prese tra le braccia. “Tesoro mio, piccolo mio, non piangere, che io non ti lascio” gli disse, arrendendosi davanti al pianto di suo figlio. Però continuò a camminare, perché era conscia che suo marito non avrebbe voluto saperne delle sue ragioni, né del dolore del bambino».

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