C’è stato un tempo in cui l’unico modo possibile di concepire un museo era considerarlo “uno scrigno d’arte”, un guscio molto ben fatto dentro il quale custodire con cura le collezioni permanenti. Poteva essere un antico palazzo reale, un edificio governativo, una maestosa villa, persino un ospedale: per secoli, l’idea stessa di museo è rimasta indissolubilmente legata a quella di riadattamento, come dimostrano le storie del Louvre, delle Gallerie degli Uffizi, dell’Ermitage o della National Gallery di Londra. I principali musei della cultura occidentale sono nati all’interno di luoghi in cui le opere d’arte venivano accolte e ospitate tra pareti che non erano state concepite per loro. L’architettura esterna? Un magnifico involucro, solido e autorevole.
Oggi, invece, si prende tutta la scena. Il museo contemporaneo non si limita più a contenere l’arte: aspira a essere esso stesso un’opera d’arte. Siamo così passati dal “museo-archivio” al “museo-icona”, una sorta di scultura in scala urbana capace di definire e connotare lo skyline delle città.
Il “Bilbao effect”
C’è un anno, il 1997, che ha segnato questa rivoluzione museale. È allora che l’architetto americano Frank O. Gehry (1929-2025) ha inaugurato il suo avveniristico Guggenheim a Bilbao, capoluogo dei Paesi Baschi che fino ad allora non era affatto una meta turistica. L’originalità architettonica dell’edificio ha attirato la curiosità di tutti, finendo per diventare la principale motivazione che spingeva sempre più visitatori a recarsi in città. Bilbao, nei decenni a venire, si è trasformata, attivando una riqualificazione urbana che resta una case history nella storia dell’architettura contemporanea: per la prima volta grazie a un edificio – e in particolare a un nuovo museo – un’economia urbana depressa poteva essere rilanciata. Da allora la tendenza si è estremizzata e, davvero, il contenitore ha iniziato a competere con il contenuto.
Gli italiani
In Italia abbiamo assistito a questa transizione con la creazione di musei come il MAXXI di Roma, dove Zaha Hadid (1950-2016) ha tracciato linee di cemento fluido che sfidano la staticità classica dell’Urbe, o di realtà come la Fondazione Prada a Milano, dove Rem Koolhaas (classe 1944) ha saputo far dialogare l’archeologia industriale con una torre d’oro e geometrie specchianti. Entrambe le architetture, a Roma come a Milano, richiamano pubblico e turisti non solo per le mostre temporanee che ospitano, ma per la loro forma in sé. È tuttavia all’estero, nel Golfo e in Oriente, che il fenomeno del museo-icona assume proporzioni ancora più significative.
Il Golfo Persico e la rinascita attraverso l’architettura
Negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar, il museo è diventato il tassello fondamentale di una strategia di soft power senza precedenti: è attraverso la costruzione di edifici sempre più avveniristici che i Paesi del Golfo introducono, davanti agli occhi del mondo, le loro migliori pedine. Si parla, a questo proposito, del sottile potere della bellezza che alcuni musei di recente o recentissima costruzione emanano. Ad Abu Dhabi, ad esempio, il Louvre firmato dall’archistar Jean Nouvel non è solo una galleria, ma una “città-museo” galleggiante coperta da una cupola d’acciaio che filtra la luce come un palmeto millenario. Poco lontano si attende a breve il completamento del Guggenheim Abu Dhabi di Frank O. Gehry (mancato nella fase finale di progettazione): appare nel cantiere in corso e nei rendering come una decostruzione di coni e volumi che sembra esplodere sulla sabbia.
Ma se nel Golfo esiste un luogo dove il museo ha smesso di essere un’istituzione per farsi icona (e anche manifesto politico), quella città è Doha. In Qatar l’architettura museale non segue le regole del mercato, ma quelle di una visione dinastica e culturale che punta a trasformare lo Stato nel principale hub intellettuale del Medio Oriente: il capofila di questa rivoluzione è stato il National Museum of Qatar, inaugurato nel 2019 e firmato, anche questo, da Jean Nouvel. L’edificio è un miracolo ingegneristico che riproduce la “rosa del deserto”, una formazione minerale tipica delle zone sabbiose.
Poco distante, il MIA (Museum of Islamic Art), opera dell’architetto cinoamericano e già premio Pritzker Ieoh Ming Pei (1917-2019), rappresenta l’altra faccia della medaglia: il rigore geometrico che incontra la spiritualità. Pei, che è lo stesso architetto della celeberrima piramide del Louvre di Parigi, ha voluto che l’edificio sorgesse su un’isola artificiale per non essere soffocato dagli altri grattacieli: il “museo-icona” deve apparire come una visione. In attesa dei futuri musei (come il Lusail Museum affidato a Herzog & de Meuron, concepito come un complesso circolare che ospiterà una delle più vaste collezioni di arte orientalista), il Qatar sembra il Paese che maggiormente ha investito sull’architettura dei musei: in questo contesto, il museo non è più solo un luogo dove andare a vedere qualcosa, ma una destinazione in sé.
Il caso dell’Egitto e del Sud-est asiatico
In Egitto, l’architettura mastodontica del nuovo GEM (Grand Egyptian Museum), aperto lo scorso autunno a Il Cairo, ha un diverso significato simbolico: qui il museo-monumento serve a riappropriarsi della propria storia e a celebrarla. Situato a pochi passi dalle Piramidi di Giza, l’edificio è una struttura colossale che utilizza la pietra e il vetro per creare prospettive millimetriche verso i monumenti dei faraoni. Con una superficie che lo rende oggi il più grande museo archeologico del mondo dedicato a una sola civiltà, il GEM è un monumento all’orgoglio nazionale. Il “mood” cambia se ci spostiamo nel Sud-Est asiatico, altro territorio in cui l’architettura museale sta sperimentando molto.
Il museo-icona qui è associato alla promozione dell’innovazione sociale e della cura ambientale. Lo vediamo a Singapore con l’ArtScience Museum e la sua caratteristica forma a fiore di loto, mentre in Thailandia il nuovo MOCA (Museum of Contemporary Art) di Bangkok utilizza volumi scultorei scavati nella pietra per proteggere l’arte dal caos urbano, creando un’oasi di silenzio visivo che è già diventata un’apprezzatissima meta turistica.
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Il MIA (Museum of Islamic Art) di Doha è opera dell’architetto cinoamericano e già premio Pritzker Ieoh Ming Pei e si caratterizza per un forte rigore geometrico









