Architettura e design, il ritorno degli spazi che hanno un’anima

In un mondo che accelera, architettura e interior design tornano a essere dispositivi culturali e sociali: non semplici contenitori, ma spazi pensati per sostenere la vita, la memoria e le relazioni

Architettura e design, il ritorno degli spazi che hanno un'animaIl progetto per il centro di Comunità Nuova-Don Gino Rigoldi a Milano firmato da Calzoni Archietti© Giovanni Chiaramonte

Abitare non è un semplice esercizio di occupazione dello spazio, ma un atto di resistenza culturale. In un mondo che corre veloce, l’architettura di esterni e l’interior design stanno riscoprendo una vocazione quasi spirituale: quella di creare rifugi che parlino un linguaggio di autenticità e memoria. Abbiamo scelto tre sguardi d’eccellenza – l’architetto milanese Sonia Calzoni, il designer spagnolo Pablo Molezún e la visionaria architetta e designer parigina Sophie Dries – per tracciare la mappa di questa evoluzione stilistica che oscilla tra il “dentro” dell’intimità domestica e il “fuori” della complessità urbana.

Il ritorno alla memoria

Il punto di partenza è un profondo rispetto per ciò che già esiste. Sonia Calzoni, che a Milano sta curando interventi iconici come il rifacimento interno dell’ex Palazzo delle Scintille per conto di Generali e il raddoppio del Museo del Novecento, è convinta che il futuro non sia nel tabula rasa, ma nel dialogo con la storia. «Ciò che mi affascina è quello di costruire sul costruito, lavorare e dialogare con la materia preesistente», spiega a +Design.

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L’architetto Sonia Calzoni a Milano sta curando il rifacimento interno dell’ex Palazzo delle Scintille e il raddoppio del Museo del Novecento (foto © Gianluca Di Ioia)

Per lei, l’architettura contemporanea è un’arte di innesti preziosi: «Direi che è come la nascita di un organismo totalmente diverso e questo atteggiamento, specie in Italia, si lega a una tradizione molto antica: penso al grande Leon Battista Alberti». Secondo Calzoni, questo approccio trasforma l’edificio in un palinsesto, dove il nuovo non cancella il vecchio ma lo esalta: nel progetto per Generali, ad esempio, la sfida è stata rispettare un’architettura del 1923, con il suo «apparato decorativo importante rivelando al contempo un interno quasi urban, industriale e contemporaneo in cemento armato». A questo proposito, Calzoni ci ricorda che l’architetto oggi non è un demiurgo isolato: «Qualsiasi progetto architettonico oggi necessita di tante figure specialistiche che devono collaborare per la buona riuscita del tutto». La complessità del presente richiede, dice, non solo una strategia inclusiva da parte di architetti e creativi, ma anche una committenza, pubblica o privata, attenta.

La nuova domesticità

Se Calzoni guarda alla scala urbana, Pablo Molezún – che vediamo a Milano impegnato nel raffinato progetto di cc-tapis e Fornasetti pensato per reinterpretare gli iconici motivi del marchio – sposta la lente d’ingrandimento sull’abitare quotidiano. Assistiamo a una paradossale inversione di tendenza: mentre le città diventano più frenetiche, le case reclamano spazi che la speculazione edilizia aveva quasi cancellato. «Mi stupisce», dice a +Design, «come oggi stiano tornando spazi che per decenni erano progressivamente scomparsi: ingressi veri e propri, disimpegni, cucine tecniche, lavanderie e guardaroba. Non sono solo vezzi di noi interior designer, ma il riflesso concreto delle aspettative di chi vuole abitare gli spazi di casa in modo diverso».

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Durante la Design Week Pablo Molezún celebra l’artigianato d’eccellenza con la collaborazione tra cc-tapis e Fornasetti

Secondo Molezún, è tuttavia nel cuore della casa, nel soggiorno, che si sta compiendo la rivoluzione più silenziosa. Dopo ottant’anni di “dittatura televisiva” (ovvero della televisione quale complemento d’arredo principale della sala) si intravede un ritorno alle origini: «Siamo di fronte a un nuovo risorgimento degli spazi dedicati alla conversazione e alla relazione tra le persone», afferma Molezun, notando come il focolare domestico stia tornando a essere il centro gravitazionale della vita familiare, proprio come nella prima metà del secolo scorso. Il pubblico del XXI secolo cerca «un’anima all’interno degli spazi», desiderando «riconoscersi in ciò che lo circonda», lontano da soluzioni asettiche o “hotel corporate” degli anni passati.

Ibridazione e autenticità materiale

A fare da ponte tra l’architettura e l’oggetto interviene Sophie Dries. La sua visione – nutrita da una formazione d’eccellenza a Parigi e una pratica che spazia tra l’architettura d’interni e il collectible design – parla di una fluidità totale. «I confini tra le discipline si stanno dissolvendo, così come quelli tra l’architettura di esterni e di interni», osserva Dries. Secondo lei, oggi «le persone cercano ambienti immersivi con narrazioni forti e profondità emotiva».

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L’architetta e designer parigina Sophie Dries durante la Design Week è presente con un progetto che celebra i 70 anni di Gallotti&Radice (Foto © Valentin Fougeray)

Sophie Dries, celebre per il suo stile che mescola texture grezze e lusso sofisticato, ricchezza sensoriale e autenticità materiale, durante la Design Week milanese è presente con un grande progetto che celebra i 70 anni di Gallotti&Radice. «Le persone desiderano la tattilità, l’unicità e spazi che sembrino radicati nel loro contesto», dice. La sostenibilità, in questo scenario, non è più un’etichetta di facciata ma un elemento strutturale che riguarda «la protezione del know how e il rispetto per le persone coinvolte nella produzione».  E non si tratta solo di materiali, ma anche di storie e dettagli: «I clienti», spiega, «vogliono essere informati e orgogliosi della storia degli oggetti che li circondano».

Nonostante l’entusiasmo, le sfide per i creativi sono enormi. La globalizzazione estrema e l’iperstimolazione digitale rischiano di annullare le identità. Molezún, su questo fronte, è categorico: «Dobbiamo agire come un filtro rispetto a questa frenesia del “subito e ora”. Il dovere di un creativo è educare il cliente, guidarlo e non soltanto assecondarlo». Anche Calzoni concorda. Dries evidenzia in aggiunta il rischio che i social media incoraggino un’immediatezza nemica della qualità: «L’architettura e il design significativo richiedono tempo per la ricerca, il dialogo e la sperimentazione. Proteggere questa profondità in una cultura della velocità è una vera sfida».

Oltre il Salone

Le aspettative per la Design Week milanese riflettono questa ricerca di senso. Se, come si diceva, Pablo Molezún celebra l’artigianato d’eccellenza con la collaborazione tra cc-tapis e Fornasetti, Dries spera di vedere in città «posizioni forti sulla sostenibilità, oltre il greenwashing» e progetti che combinino «innovazione e profondità culturale». In definitiva, l’architettura e l’interior design del XXI secolo si stanno muovendo verso un’osmosi perfetta tra “dentro” e “fuori”. Come suggerisce infine Sonia Calzoni, è tempo di scelte meno timide anche per i nuovi quartieri, seguendo l’esempio dei vicini europei (Vienna, su tutti). Perché, che si tratti di un grande museo o di un piccolo ufficio o ancora di una casa privata, l’obiettivo resta lo stesso: creare spazi che non siano solo scatole, ma luoghi necessari, capaci di ospitare la complessità della vita umana.


Sulla strade della neurorachietttura

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Antonio Di Maro

La neuroarchitettura, nel pensiero di Antonio Di Maro, dallo scorso anno anche direttore artistico dello storico brand Magliocco Tappeti, non è una semplice tendenza stilistica, ma una disciplina scientifica che indaga l’impatto profondo degli ambienti, antropizzati o naturali, sul cervello umano. Come pioniere di questo approccio in Italia, Di Maro sostiene che lo spazio agisca direttamente sui nostri processi biologici: se una scatola mal pensata è in grado di attivare stress cronico, una progettazione consapevole stimola invece un benessere sensoriale rigenerativo.

Per il creativo, è fondamentale superare le banalizzazioni del marketing per approdare a una ricerca rigorosa che utilizzi strumenti come la risonanza magnetica funzionale, capace di leggere gli input elettrici delle aree cerebrali. Un pilastro di questa visione è il rispetto dei ritmi circadiani: l’architettura deve favorire la luce zenitale di giorno per stimolare il cortisolo e luci calde e basse la sera per la produzione di melatonina, riconnettendo l’uomo a una biologia dimenticata nell’era post-industriale.


Questo articolo è parte dello speciale +Design, allegato di Business People di aprile. Scarica il numero o abbonati qui

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