Pinault Collection, a Venezia l’arte sfida la storia unica

In Laguna la Pinault Collection propone quattro mostre dedicate ad artisti molto diversi tra loro, ma che convergono nel rifiuto di una narrazione univoca della storia

Pinault Collection, a Venezia l’arte sfida la storia unicaUno scatto delle sale di Palazzo Grassi dove è allestita la mostra su Michael Armitage The Promise of Change. Le opere in foto sono Strange Fruit (a sinistra) e Baikoko at the mouth of the Mwachema River, entrambe del 2016© Michael Armitage, installation view Marco Cappelletti Studio

Venezia si prepara a una stagione espositiva – complice la 61esima edizione della Biennale Arte che ha aperto il 9 maggio – sotto il segno di una geopolitica del sentimento, come dimostra la scelta della Collezione Pinault di mappare le fratture del contemporaneo. Tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, le due sedi veneziane del celeberrimo collezionista e mecenate francese, un quartetto di mostre delinea una nuova cartografia dell’impegno: sono dedicate alla pittura viscerale dell’anglo-keniota Michael Armitage, alle stratificazioni memoriali dell’afroamericana Lorna Simpson, alle esplorazioni sistemiche del brasiliano Paulo Nazareth e alle narrazioni video dell’indiano Amar Kanwar. Quattro voci che, pur partendo da latitudini distanti, convergono nel rifiuto di una narrazione univoca della storia.

Il baricentro di questa polifonia è senza dubbio a Palazzo Grassi con The Promise of Change, la più imponente monografica europea dedicata ad Armitage. Nato a Nairobi nel 1984, Armitage è il più giovane artista a ricevere una consacrazione di tale portata nella sede veneziana di Pinault: la sua pittura utilizza colori sfolgoranti e composizioni che ammiccano a Tiziano e Gauguin per raccontare l’asprezza delle crisi politiche nell’Africa orientale.

Il segreto della sua forza sta nel supporto: il lubugo, un tessuto ricavato dalla corteccia d’albero tipico dell’Uganda che rende la tela non lineare. Armitage, che nella tecnica è davvero notevole, non cerca la perfezione, ma accoglie le lacerazioni e i nodi di questo materiale organico, trasformandoli in cicatrici narrative. La sua personale dimostra – e non è poco – che l’arte può essere simultaneamente testimonianza politica e veicolo di bellezza assoluta.

Pinault Collection, a Venezia l’arte sfida la storia unica

Uno particolare dell’allestimento della mostra Third Person dedicata a Lorna Simpson. L’opera ritratta è Cliffs del 2025 (Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection)

Dall’altra parte del Canal Grande, nei luminosi spazi di Punta della Dogana, Lorna Simpson risponde con Third Person, un progetto realizzato con il Metropolitan Museum of Art di New York. Simpson, che ha segnato la fotografia degli anni Ottanta, si presenta oggi nella sua veste di pittrice monumentale, esplorando quella che definisce “l’instabilità della memoria”.

Il percorso espositivo si snoda tra paesaggi artici di un blu profondo e ritratti dove il volto è spesso negato o frammentato. È una strategia di sottrazione deliberatamente scelta: adottando la postura della “terza persona” indicata nel titolo, Lorna Simpson ci impedisce un’identificazione facile, costringendoci a misurarci con le falle della rappresentazione storica. Davanti alle sue opere monumentali, siamo spinti a ragionare sulla falsità delle notizie e sui pregiudizi.

Il quartetto espositivo a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana dimostra quanto Venezia sia il palcoscenico perfetto per un’arte contemporanea che non teme di sporcarsi con la cronaca, persino di fare, a modo suo, politica.

Pinault Collection, a Venezia l’arte sfida la storia unica

Una delle sale di Punta della Dogana allestite per la mostra Algebra dedicata a Paulo Nazareth (Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection)

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