Man Ray, a Palazzo Reale l’achimista dell’invisibile

A Palazzo Reale di Milano fino a gennaio, la retrospettiva Man Ray. Forme di Luce offre una rilettura critica dell’opera e dell’estetica del celebre artista

Man Ray, a Palazzo Reale l'achimista dell’invisibileNoire et blanche del 1926© Man Ray 2015 Trust / Adagp-Siae

Palazzo Reale di Milano ospita fino a gennaio 2026 Man Ray. Forme di Luce, raffinata retrospettiva curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca dedicata all’instancabile sperimentatore del visivo.

L’esposizione, costruita su un ricco corpus di materiali originali – tra cui stampe vintage, negativi, collage e documenti – offre l’opportunità di ripercorrere l’intero arco della sua produzione, illuminando la traiettoria biografica e intellettuale di un artista che ha fatto della libertà creativa la sua firma.

Man Ray: figlio del modernismo made in Usa

Nato Emmanuel Radnitzky a Philadelphia nel 1890, Man Ray è un figlio del modernismo americano, ma guarda all’Europa. La sua formazione avviene nei vivaci ambienti newyorkesi dell’inizio secolo, dove viene a contatto con le avanguardie europee e conosce Marcel Duchamp, con cui instaura un sodalizio fondante per l’estetica dadaista.

È in questi anni che Man Ray inizia a concepire la fotografia non più come semplice strumento documentario, ma come linguaggio autonomo, capace di produrre visioni allucinate, concettuali, poetiche: le immagini che vi proponiamo in questa pagina sono un assaggio della sua produzione migliore, quelle per cui la macchina fotografica non è uno strumento, un occhio oggettivo, ma una vera e propria estensione della mente.

Nel 1921 Man Ray si trasferisce a Parigi ed entra nel gruppo surrealista di André Breton, Paul Éluard e Louis Aragon. In questo clima fertile e incendiario, espande la sua ricerca, fondendo i codici dell’arte con quelli della moda, della pubblicità. Centrale è l’incontro con Kiki de Montparnasse, leggendaria musa e amante, che diventerà protagonista di immagini iconiche come Le Violon d’Ingres e Noire et blanche, opere in cui si fondono il nudo e l’allegoria, in un equilibrio raffinato tra ironia e sensualità.

Paiono, viste oggi, visionarie persino per la nostra estetica contemporanea. Il contributo forse più rivoluzionario di Man Ray è l’invenzione delle cosiddette “rayografie” (ovvero immagini realizzate senza macchina fotografica, ponendo oggetti direttamente sulla carta fotosensibile”) e le “solarizzazioni”, nate da errori trasformati in invenzioni stilistiche. In entrambi i casi, l’atto tecnico si fa poetico: l’immagine emerge come apparizione, visione laterale del reale.

Durante la II Guerra mondiale Man Ray si rifugia nuovamente negli Stati Uniti: nel 1951 fa ritorno a Parigi, dove resterà fino alla morte, nel 1976. La mostra milanese, con una struttura tematica interessante che ci guida attraverso gli autoritratti, le muse, i nudi e le sperimentazioni tecniche, si propone non solo come una celebrazione dell’artista, ma come una rilettura critica dell’opera di Man Ray e della sua estetica che rifiuta etichette e confini.

Man Ray, a Palazzo Reale l'achimista dell’invisibile

Larmes risalente al 1932 | © Man Ray 2015 Trust / Adagp-Siae

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