La lunga ritirata dell’Italia

Per l’Ocse serve una serie di riforme entro il 2036 per rimettere il Paese in carreggiata

La lunga ritirata dell'Italia

Più soli, più anziani e più poveri. L’Italia fra vent’anni assomiglierà a un gigantesco ospizio. È difficile non immaginarlo di fronte alle proiezioni demografiche ed economiche che circolano da diversi anni. L’Istat ci ricorda che nel 2050 saremo quattro milioni in meno rispetto a oggi e con un’età media notevolmente più alta: affronteremo una profonda trasformazione sociale ed economica, caratterizzata da un aumento delle persone sole e da un peso crescente della spesa sociale per welfare e pensioni.

L’Italia sarà uno dei Paesi più vecchi al mondo, un italiano su tre avrà più di 65 anni. Significa che per ogni 100 lavoratori ci saranno 63 pensionati da sostenere e che, quindi, non saremo in grado di mantenere la sanità e la previdenza pubblica agli standard attuali. Non si faranno più figli: solo una famiglia su cinque avrà prole.

Anche le proiezioni economiche non infondono ottimismo. Quelle fatte quattro anni fa da una nota banca d’affari americana, ancora largamente utilizzate negli scenari macro, vedono nel 2050 il nostro Paese uscire dalla classifica delle 15 principali economie del mondo. Il declino è inesorabile ed è iniziato 40 anni fa: da sesta potenza economica mondiale nel 1980, siamo passati al settimo posto nel 2000 e giù al decimo nel 2022. Nello stesso periodo, la Cina da settima, proprio dietro l’Italia, è salita sul podio: seconda nel 2022, nel 2050 sarà la numero uno davanti agli americani. E a differenza di Germania, Francia e Regno Unito, che resisteranno ancora nella top 15, noi usciremo di scena. Lasceremo il posto a sei economie emergenti: Arabia Saudita, Brasile, Egitto, Indonesia, Messico e Nigeria. Di fronte al sorpasso di ex Paesi in via di sviluppo, la tentazione è quella di gettare la spugna e di rassegnarsi a un futuro ai giardinetti.

Far tornare l’Italia competitiva, sembra una battaglia contro i mulini a vento. Eppure, secondo l’Ocse, attuando una serie di riforme entro il 2036, riusciremmo a rimettere il Paese in carreggiata. Come? Migliorando l’efficienza delle istituzioni e il contesto normativo, allineando la durata media della scolarizzazione alla media Ocse e migliorandone la qualità, riducendo il cuneo fiscale e aumentando la spesa per la ricerca e sviluppo. Tutte assieme queste riforme potrebbero far aumentare il Pil di circa quattro punti percentuali nei prossimi dieci anni e di circa il 12% nei prossimi 25. La ricetta, insomma, c’è. Chissà se piacerebbe agli elettori. E se la classe politica saprebbe poi attuarla. Abbiamo dieci anni di tempo. Poi sarà troppo tardi.

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