È difficile dare ragione all’olandese Mark Rutte. Non sprizza simpatia. Sta sempre dalla parte dei forti. Non vede di buon occhio l’Italia. A bocce ferme e con un po’ di numeri sotto mano, è difficile però anche dargli torto.
Lo scorso anno, l’abbiamo visto fare il tappetino con Trump. In veste di Segretario generale della Nato ha promesso a «paparino» – come ha chiamato pubblicamente il presidente Usa – che l’obiettivo della spesa militare per i Paesi membri dell’Alleanza atlantica salirà al 5% del Pil entro il 2035. Sei anni fa, con la casacca di premier “rigorista” dei Paesi Bassi, rassicurava invece una delegazione di netturbini olandesi in piena emergenza Covid-19 che mai avrebbe «dato soldi agli italiani e agli spagnoli», cioè contributi a fondo perduto, ma solo prestiti.
Si erse a paladino dei forti della Ue di allora, i tedeschi. La soluzione fu una via di mezzo tra le richieste dei “frugali” e quelle dei “spendaccioni”, permettendo all’Italia con il Pnrr di incassare 70 miliardi a fondo perduto e 120 miliardi in prestiti.
Torniamo alle questioni di armi odierne. Rutte anche questa volta si è messo dalla parte dei forti. Che nella Nato sono gli americani, i nostri principali alleati, contro gli “scrocconi” europei, così come li ha definiti il vicepresidente J.D. Vance. Nel mezzo del dibattito sulla protezione delle petroliere attaccate dai droni iraniani, Rutte ha rilanciato il tema dell’aumento della spesa per la difesa: «Non è il momento di adagiarsi sugli allori».
Ma il 5% del Pil richiesto è una percentuale davvero fuori dal mondo? No, se scorriamo le cifre che compaiono nello studio della Ragioneria dello Stato sulla spesa pubblica dal 1862 al 2009, reperibile sul sito del Ministero dell’Economia. L’Italia ha sempre speso somme importanti per la difesa: dall’Unità alla fine degli anni 60 si è sempre viaggiato su una percentuale a doppia cifra (con picchi, ovviamente, durante i due conflitti mondiali) per poi frenare fino al 3% negli anni 80. Con la fine della Guerra fredda, la quota si è drasticamente ridotta fino all’1%. I focolai di guerra nello stesso periodo non si sono affatto spenti. Siamo nel mezzo della «terza guerra mondiale a pezzi», come la descrisse papa Francesco. Il dibattito pubblico è se portare l’1,5% al 2% del Pil per poi innalzarlo ancora al 5% fra dieci anni. E la sensazione è che questa volta Rutte avrà la meglio, perché non si arriverà a una via di mezzo tra quanto chiesto dai nostri principali alleati e quanto saremmo disposti a sborsare noialtri “scrocconi” europei.
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Mark Rutte, segretario generale della Nato© Getty Images




