Nelle ultime settimane l’industria europea dell’audiovisivo sta offrendo uno scenario che merita attenzione ben oltre i confini dell’entertainment. È un laboratorio, forse ancora imperfetto, ma estremamente istruttivo.
È passato quasi sotto traccia il consolidamento che ha visto il Gruppo francese Banijay acquisire l’inglese All3Media: un’operazione che ha dato vita a un player da circa 8 miliardi di dollari, con oltre 170 società di produzione distribuite a livello globale. Non si tratta di un caso isolato.
Le concentrazioni di società di produzione in Fremantle, Mediawan e Itv Studios, sono segnali di un’Europa che, pur senza la potenza finanziaria dei colossi americani, sta provando a costruire massa critica. E poi c’è Mfe– Media for Europe, ovvero Mediaset evolutasi in un progetto industriale transnazionale, con ambizioni concrete tra Germania, Austria, Svizzera, Spagna e Portogallo. Un percorso che dimostra come anche un gruppo nato in Italia possa uscire dalla logica domestica e giocare una partita europea.
Il confronto con gli Usa è inevitabile. Mentre Netflix e Paramount hanno combattuto per Wbd una guerra di oltre un centinaio di miliardi, l’Europa sembra muoversi con prudenza, quasi con timidezza. Ma il punto non è imitare quei modelli: è costruirne uno nostro. E qui sta il nodo. L’Europa continua troppo spesso a frammentarsi, a difendere piccoli perimetri nazionali, a ostacolare fusioni e aggregazioni, basti pensare alle resistenze ancora fortissime nel settore bancario o delle Tlc. Eppure, la direzione è chiara: il futuro non appartiene a campioni nazionali isolati, ma a imprese pluri-territoriali, capaci di integrare competenze, mercati e culture diverse senza annullarle. La vera sfida europea non è uniformare, ma coordinare. Fare della diversità un vantaggio competitivo, non un alibi per restare piccoli.
Serve un cambio di mentalità, prima ancora che di regole. Un pensiero strategico europeo che favorisca la circolazione di capitali, competenze e management. Che permetta alle aziende di crescere senza essere frenate da barriere politiche o burocratiche.
Una menzione a parte merita l’Italia. Il caso Mfe è istruttivo: dimostra che quando c’è una visione industriale chiara e la determinazione a perseguirla, anche un’azienda italiana può ambire a un ruolo continentale. Quindi, il problema non è la mancanza di eccellenze, ma le condizioni in cui queste eccellenze operano. Da troppo tempo assistiamo al fenomeno opposto: sono gli altri a fare shopping nella Penisola. Il che non è necessariamente un male, ma diventa un problema quando rappresenta l’unica direzione possibile: se è insomma una resa alle (per quanto legittime) ambizioni altrui. Invertire questa tendenza significa creare un contesto – politico, regolatorio e finanziario – che favorisca finalmente e sistematicamente la crescita dimensionale delle imprese italiane e la loro proiezione europea. L’operazione Banijay-All3Media, così come il percorso di Mfe, non sono solo notizie di settore, bensì segnali. Indicano insomma che un’altra Europa (e un’altra Italia) industriale è possibile, basta solo volerlo.
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