Sarà capitato anche a voi di conoscere qualche (più di uno…) professionista, manager, consulente che appena in un incontro o riunione si pone una questione o si accenna a un progetto, esclama: «Vediamo cosa ne pensa ChatGpt!». Al che quando vi vede sollevare il sopracciglio a seguito dei suoi entusiastici giudizi sui risultati offerti dall’applicazione, commenta con simpatica sufficienza «Poveri boomer…!».
E ha ragione, perché se lui guadagna più di me, lavorando meno di me, facendo leva anche sulle iperboliche prestazioni dell’AI, io – per quel che mi riguarda – non ho torto, ma lui ha ragione. Non c’è dubbio.
Solo che a ben considerare la marea montante che si solleva dalla “produzione” testuale, video e audio generata da e attraverso l’AI, qualche considerazione si rende necessaria, perché – a ben guardare – parte dei suoi frutti più che oro a volte è solo ottone, magari splendente, ma sempre ottone rimane.
L’uso dell’intelligenza artificiale generativa promette mari e monti: produttività alle stelle, comunicazioni impeccabili, report istantanei. Ma dietro il luccichio si nasconde spesso quelli che alcuni osservatori hanno definito workslop: lavoro ben confezionato e povero di sostanza, che invece di far risparmiare tempo ne fa perdere di più.
Secondo una recente ricerca pubblicata su Harvard Business Review, il fenomeno è già diffuso: contenuti “AI-made” che appaiono professionali, ma che costringono colleghi e manager a rielaborarli, verificarli o rifarli daccapo. Un costo invisibile che, in aziende di grandi dimensioni, può valere milioni in produttività sprecata. Questo perché spesso si confonde velocità di esecuzione con valore, e non si ha sufficiente formazione critica: non basta sapere usare gli strumenti, se non si ha l’opportuna competenza ed educazione (qualcuno direbbe “cultura”) per valutare ciò che producono.
Si sottovaluta che l’AI regala la forma, non la sostanza, che è compito di chi la usa infonderle, addestrandola sul contesto. Il workslop non è un incidente: è il figlio legittimo del manager pigro che vuole sembrare innovativo senza sporcarsi le mani.
L’AI non sostituirà chi sa pensare, ma col tempo rischia seriamente di smascherare chi non lo fa da anni. ChatGpt e simili sono alleati potenti, ma non devono diventare scorciatoie. Andrebbero trattati come colleghi brillanti, ma occasionalmente svampiti: affidabili per velocizzare, non per sostituire il pensiero critico.
Perché l’intelligenza artificiale, senza la supervisione (e la visione…) dell’intelligenza umana, è più simile a uno stagista geniale che arriva con dieci idee brillanti, di cui otto sono inutilizzabili, una è illegale e l’altra è copiata da Wikipedia. Perché è vero che, alla fine, l’intelligenza artificiale probabilmente non soppianterà quella umana. A meno che non si smetta di usarla.
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Illustrazione A | OpenAI / ChatGpt




