C’è un parallelismo inquietante tra la primavera del 2020 e l’avvertimento che le Nazioni Unite hanno lanciato nelle scorse settimane. Allora, il mondo scoprì di non essere pronto a gestire una pandemia biologica, nonostante decenni di previsioni scientifiche. Oggi, un rapporto ci ricorda che potremmo commettere lo stesso errore con una minaccia di natura diversa ma altrettanto sistemica: il collasso delle infrastrutture digitali globali.
Il documento, pubblicato lo scorso maggio e intitolato When digital systems fail: The hidden risks of our digital world, non appartiene al genere della fantascienza distopica. È un’analisi tecnica, sobria, redatta da esperti internazionali. E il suo messaggio centrale è di quelli che non si possono archiviare tra le preoccupazioni teoriche: le interconnessioni su cui poggia l’economia globale sono estremamente fragili.
Circa 5,5 miliardi di persone – quasi il 70% della popolazione mondiale – dipende oggi da Internet per attività essenziali: accedere a servizi sanitari, eseguire transazioni finanziarie, gestire supply chain, perfino esercitare diritti politici. Questa dipendenza non è un problema in sé; è il risultato di decenni di progresso. Il problema è che abbiamo costruito una cattedrale sulla sabbia senza accorgercene. Il rapporto identifica quattro infrastrutture critiche su cui regge l’intero edificio digitale: reti elettriche, cavi sottomarini, satelliti e data center. Sono sistemi profondamente interdipendenti. Un guasto in uno può innescare una cascata negli altri.
La domanda che il rapporto Onu pone è radicale: cosa succederebbe se il guasto non fosse localizzato a un’azienda, ma sistemico? Il rapporto lo chiama digital pandemic: un’interruzione a cascata che attraversa settori e confini nazionali, lasciando intere economie senza pagamenti, senza comunicazioni, senza sistemi di emergenza. Quindi, il rischio di una catastrofe delle infrastrutture connesse non è uno scenario fantascientifico: è solo una questione di quando, non di se.
C’è un’ironia amara in tutto questo. Le imprese hanno dedicato gli ultimi vent’anni a ottimizzare ogni processo, eliminare ridondanze, spostare tutto sul cloud, esternalizzare infrastrutture non core. Il risultato è un’efficienza operativa mai vista prima e una fragilità strutturale altrettanto inedita. Le ridondanze che sembravano sprechi erano, in realtà, ammortizzatori di rischio. I backup analogici che sono stati dismessi erano piani B che non torneranno mai abbastanza in fretta quando serviranno.
Kamal Kishore, capo dell’Undrr, ha scelto parole nette: «Dobbiamo pianificare, costruire e mantenere le infrastrutture digitali tenendo conto del rischio sistemico, ora e per il futuro». È un invito che vale tanto per i governi quanto per chi guida un’impresa. Il mondo non si è fermato nel 2020 perché qualcuno aveva predetto una pandemia. Si è fermato perché nessuno aveva costruito le strutture per gestirla. Oggi sappiamo, con qualche anno di anticipo rispetto all’eventuale disastro, che esiste un rischio sistemico digitale per cui nessuna economia è pienamente preparata. Abbiamo il lusso del preavviso. La domanda è se lo useremo.
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