Viviamo in un tempo dove la promessa centrale della modernità – lavorare meglio, vivere meglio – si affievolisce. Lungi dall’essere soltanto una questione economica, è una ferita nella legittimità della democrazia. Perché se un largo segmento della società pensa che non valga più la pena impegnarsi (do you remember fine dell’ascensore sociale?), allora la rappresentanza politica diventa fragile, e la spinta a migliorare sé stessi e il mondo che ci circonda vacilla.
Consentire a tutti i cittadini di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro dovrebbe tornare a essere una priorità democratica. E se non lo fa la politica, dovrebbero porselo – se non come obiettivo, almeno come aspirazione – le imprese. Occorre restituire al lavoro un valore sociale pieno, non soltanto come meccanismo di produzione o di reddito, ma come diritto, come riconoscimento, come pilastro del contratto sociale, pilastro su cui si sono fondate le democrazie quando hanno promesso alle classi medie di migliorare le loro condizioni di vita attraverso il lavoro.
Cosa succede quando questa promessa vacilla, è sotto i nostri occhi: populismi, estremismi, astensionismi, variegati livelli di povertà (non solo economica) che lambiscono ceti sociali prima insospettabili. È come se avesse preso piede la convinzione – soprattutto tra le giovani generazioni – che la propria fatica non basti più, permettendo a precarietà e incertezza di prendere il posto della stabilità che un tempo contraddistingueva le precedenti generazioni.
C’è chi dice che questo sia il prezzo (inevitabile) della modernizzazione, della democratizzazione tecnologica, di fatto però le democrazie stanno abdicando alle fondamenta del progetto sociale che le ha ispirate, a partire dall’indebolimento della giustizia fiscale. Un’ingiustizia che vede la rendita da lavoro assorbire gran parte del rischio e dell’onere fiscale, mentre chi accumula capitali, eredità, rendite può usufruire di regole più leggere o di vantaggi sistemici.
E tutto questo è frutto e figlio di una politica (e di un’economia) concentrata solo su quanto cresce il pil, e non anche sul come e dove si produca tale crescita, e chi ne benefici nei fatti. Purtroppo, ci si limita a gestire l’esistente, senza prodigarsi per dare forma a un nuovo soggetto sociale basato non più solo su chi lavora a tempo pieno e in modo stabile, ma su un soggetto che vive nella società di oggi con lavori ibridi, filiere globali, smart working, automazione, nuovi rischi. La verità è che la società sta pagando pesantemente il prezzo del mondo che cambia, mentre la politica cieca sembra intenta a guardare altrove.
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