La coesione europea è un asset

Se quello che pensano veramente gli italiani si tramutasse in voti nelle urne, le derive autarchiche e populiste di stampo antieuropeo avrebbero i giorni contati

La coesione europea è un asset

Lo indica con chiarezza l’ultimo barometro del Parlamento europeo: in un continente attraversato da paure – guerre, terrorismo, crisi climatica, instabilità economica – cresce non il desiderio di chiudersi, ma quello di rafforzare l’Unione. Il 67% degli italiani chiede un ruolo più incisivo dell’Ue nella protezione dei cittadini. Percentuali ancora più ampie invocano un’Europa più unita, più autorevole sulla scena internazionale, più forte su difesa e competitività. E mentre solo una minoranza considera l’Europa “un male”, la maggioranza la vede come uno scudo necessario in un mondo imprevedibile. Non è un dato emotivo, è un dato politico. E, soprattutto, è un dato economico.

La stagione dell’illusione sovranista – quella che prometteva protezione alzando muri – si infrange contro la realtà dei mercati globali. Gli europei hanno capito che la competizione tra potenze non si governa con la nostalgia dell’autarchia, ma con massa critica e regole comuni, con un unico mercato dei capitali, e attraverso investimenti strategici condivisi per finanziare il futuro dell’Unione, anche ricorrendo al debito e al risparmio privato, e costruendo un federalismo che non si faccia più paralizzare dai veti. È qui che politica ed economia si intrecciano. Perché i mercati non sono un’entità astratta: premiano la stabilità, la prevedibilità, la solidità istituzionale.

In un’epoca in cui gli Stati Uniti flirtano con l’extraterritorialità e la coercizione commerciale, e la Russia usa l’energia e la guerra come leve geopolitiche, l’Europa rimane – per sua natura – uno spazio di Stato di diritto. Ed è questa la sua forza attrattiva. Il Vecchio Continente è rimasto l’unica grande area del mondo a fondare la propria identità sulla democrazia liberale e sulla dignità della persona. In un mondo che torna a parlare il linguaggio degli imperi, l’Europa può essere il ponte, non la fortezza: uno spazio dove libertà e diritti non sono slogan, ma architravi istituzionali. Il paradosso è che proprio le minacce esterne – il neo-imperialismo russo, l’imprevedibilità trumpiana – stanno rafforzando la consapevolezza interna. Gli italiani non chiedono meno Europa: ne chiedono di più. Più difesa comune. Più autonomia tecnologica. Più capacità di incidere. Non per spirito ideologico, ma per istinto di sopravvivenza democratica.

Ora la responsabilità è dei governi. Continuare a usare Bruxelles come capro espiatorio domestico mentre si invoca protezione comune è una contraddizione che non reggerà a lungo. Se la domanda sociale è più Europa, l’offerta politica deve essere all’altezza. Perché c’è un punto che i mercati hanno già capito: un’Europa frammentata è un rischio; un’Europa coesa è un asset. E in tempi di volatilità permanente, l’asset più prezioso è la credibilità. Oggi gli europei chiedono protezione, ma non protezionismo; chiedono sicurezza, ma non autoritarismo; chiedono identità, ma non isolamento. È una domanda matura, che intreccia valori e interessi. Lo è altrettanto l’attuale classe dirigente per trasformarla in progetto politico?

Resta sempre aggiornato con il nuovo canale Whatsapp di Business People
© Riproduzione riservata