Italiani, perdenti da manuale?

Italiani, perdenti da manuale?

E se una volta tanto cominciassimo (o, per alcuni, ricominciassimo) a voler bene al nostro disgraziato Paese? Beninteso, disgraziato non per colpa sua, bensì per demerito nostro. Sorvolando sulla disperante esclusione ai Mondiali di calcio e sul precedente entusiasmo per le medaglie alle Olimpiadi invernali, che – a dire il vero – nella sostanza lasciano nella società il tempo che trovano, bisogna dire che noi italiani abbiamo una percezione peggiorativa di quel che in via generale valiamo storicamente, culturalmente e anche (in molti casi) a livello di talenti, mentre individualmente ci sentiamo di valere di più di quanto in realtà ci venga riconosciuto. È come se la somma delle unità fosse inferiore al totale. Il che, matematicamente, dovrebbe essere impossibile. Ma per noi italiani l’impossibile è realtà.

Nelle ultime settimane anche lEconomist si è accorto di questa nostra indomita attitudine degna dell’attenzione del miglior Sigmund Freud, osservando come malgrado il nostro Paese sia il terzo Stato membro dell’Unione Europea a livello economico, si comporti nei fatti come un pulcino bagnato, come l’ultimo degli indecisi, senza riuscire a portare avanti una nostra idea (forte) di Europa: al massimo ci limitiamo alle mattane di qualche populista indigeno in astinenza di visibilità, per non dire delle volte che preferiamo attaccarci al carro di quel che al momento ci sembra il vincitore. In gergo, si direbbe che ci comportiamo da perdenti da manuale.

Poi, capita di leggere certe dichiarazioni come le recenti (ma non uniche anche da parte di altre personalità) di Novak Djokovic che si è spinto ad affermare che «l’Italia è il Paese più importante della storia dell’umanità». Lungi dal voler accreditare come oro colato questo ipertrofico (e personale) apprezzamento, bisognerebbe quanto meno ammettere che possa esserci un po’ del vero se persone dotate di una certa qual intelligenza vedono nel nostro Paese qualità che noi stentiamo a riconoscergli. Quindi, se cominciassimo tutti a volergli più bene (lo so, l’espressione risulta un po’ infantile, ma è più comprensibile ai più), forse avremmo qualche chance in più di farcela.

Non si tratta di autoincensarsi o di esaltarci, ma di avere rispetto per quanto il Paese ha costruito, che significa non abusarne ma anzi lavorare per migliorarne le condizioni. E questo vale per il sistema scolastico, per l’assistenza sanitaria, significa sentirsi responsabili nei confronti del territorio e dei beni pubblici, avere cura del patrimonio artistico e non solo, prendersi cura delle persone fragili, rispettare le regole e nella fattispecie salvaguardare la Costituzione.

Ogni giorno che siamo tentati a non pagare le tasse, a non andare a votare, a eludere le leggi, ad abbattere le istituzioni a prescindere, a girarci dall’altra parte quando vediamo che qualcuno abusa del bene pubblico, dovremmo essere così onesti da chiederci: «Il mio atteggiamento avvantaggia o svantaggia la Casa comune in cui vivo?». E, alla risposta, comportarci (si spera) di conseguenza.

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