Credo che se esistesse un’associazione a tutela dell’immagine delle aziende come categoria, ovvero per preservare lo spirito di sana imprenditorialità e di sviluppo che ha animato e anima i visionari che creano prodotti o servizi per migliorare la vita dei consumatori, non potrebbe che prendere le distanze dal modello di magnate costruito nella tech economy.
Prenderebbe le distanze dal modus operandi dei multimiliardari che per preservare i fatturati delle loro big tech, mostri che pervadono le economie non di soli Paesi ma di interi continenti, hanno finito per far confliggere i loro interessi aziendali e personali con gli interessi delle democrazie, ovvero con la tutela della libertà di tutti noi. E il conflitto è così macroscopico, talmente abnorme da essere sotto gli occhi di tutti, e lo è tanto da non essere visto.
Siamo alla celebre metafora del pesce che va alla ricerca del mare… Si è smarrito anche il senso del concetto di sviluppo, che deve essere a beneficio di tutti, di chi produce e di chi consuma, altrimenti è semplice speculazione: lo sviluppo è come i diritti, se non è di tutti equivale è mero privilegio.
Dobbiamo dircelo: l’ascesa del modello Musk, Zuckerberg, Bezos e di altri sodali meno in vista – ma non per questo meno invasivi e invadenti – ha coinciso con l’erosione delle tutele fiscali e sociali e l’avanzare di logiche privatistiche nella cosa pubblica che la politica non ha saputo e voluto arginare.
Oggi solo 17 persone al mondo detengono una ricchezza complessiva di 2.700 miliardi di dollari, e il risultato è la formazione di un’oligarchia che rende la ricchezza tanto più pericolosa per la dignità delle persone della povertà, in quanto capace di colonizzare ogni spazio vitale: dalla comunicazione alla politica, dalla salute all’istruzione, fino alla giustizia.
Le mattane di Musk con Trump non sono un’eccezione, ma solo la punta dell’iceberg, il prototipo dell’invadenza di un modo malato di intendere e di esercitare il potere economico. La dimostrazione che le regole liberiste valgono solo fino a quando non sia minacciato l’esercizio della libertà delle persone, perché a quel punto la politica ha il dovere di opporsi a tali ingerenze, intervenendo per limitarne la tracotanza. Ormai, in un contesto in cui la proprietà di mezzi tecnologici e infrastrutture digitali determina le possibilità di accesso ai diritti fondamentali, chi è fuori dal club dei privilegiati non solo è escluso, ma è reso strutturalmente invisibile.
Questo potere non può e non deve essere appannaggio di speculatori che hanno perso ogni connotazione imprenditoriale per assumere quella di puri oligarchi globali. L’accettazione culturale della disuguaglianza non va ritenuta un’opzione ineludibile, perché altrimenti saremmo alla fine del vivere civile così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della II Guerra mondiale in poi.
© Riproduzione riservata
© Getty Images




