Negli ultimi anni il mercato occupazionale è cambiato molto rapidamente a causa di vari fattori: automazione, intelligenza artificiale, digitalizzazione, cambiamenti nella domanda dei consumatori, globalizzazione, crisi economiche e pandemie. Questi fenomeni impongono che molti lavoratori aggiornino le proprie competenze – facendo upskilling sul lavoro – oppure ne acquisiscano di nuove per cambiare settore o ruolo, attraverso il reskilling).
Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, si stima che entro il 2030 nasceranno 170 milioni di nuovi posti di lavoro mentre 92 milioni saranno persi nella transizione: con un saldo netto positivo, ma con una forte esigenza di formazione e adattamento. Inoltre circa il 59% dei lavoratori globali dovrà ricevere formazione di upskilling o reskilling nei prossimi anni, ma una parte significativa non avrà una possibilità concreta e adeguata alle reali esigenze.
Questo scenario mette di fronte a un bivio: non adattarsi può significare essere lasciati indietro; adattarsi può offrire non solo sopravvivenza nel ruolo, ma opportunità di crescita, maggiore stabilità e migliore soddisfazione professionale.
Upskilling e reskilling: cosa sono e come funzionano
Prima di tutto, è utile chiarire cosa si intende con upskilling e reskilling sul lavoro. Sono termini spesso usati quasi come sinonimi, ma che indicano percorsi distinti. Con upskilling si intende il miglioramento o l’aggiornamento delle competenze che già si possiedono, relative al proprio ruolo attuale o allo stesso settore. Serve per restare aggiornati con le tecnologie emergenti, i nuovi strumenti, le metodologie, i processi. Per esempio, è necessario per imparare una nuova versione di software, nuove tecniche, metodologie di data analytics, automazione e così via.
Il reskilling è l’apprendimento di competenze che permettono di entrare in un ruolo o settore differente rispetto a quello attuale. È più radicale: può prevedere formazione, certificazioni, esperienze pratiche, persino diplomi nuovi per abbandonare o affiancare un percorso professionale differente. Spesso le organizzazioni fanno entrambe le cose: aggiornano settori esistenti e contemporaneamente ‘riciclano’ i lavoratori quando alcuni ruoli diventano obsoleti o sono meno richiesti.
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Quali competenze sono richieste oggi e lo saranno domani
Ci sono alcune competenze che emergono come particolarmente richieste sia per l’upskilling che per reskilling. Fra queste ci sono quelle digitali e legate alle tecnologie emergenti. Basti pensare all’intelligenza artificiale, al Machine Learning e ai big data. Determinante e sapersi muovere nel cloud computing e nel settore della cybersecurity. Inoltre servono competenze cognitive e trasversali, le cosiddette soft skills, che aiutino ad avere un pensiero analitico e a risolvere i problemi.
Abilità come la creatività e un pensiero critico rappresentano una marcia in più, insieme a caratteristiche come resilienza, adattabilità, flessibilità. Bisogna essere curiosi e propensi a un apprendimento continuo. La leadership distribuita (e non), l’influenza sociale, le competenze interpersonali, l’empatia e l’ascolto attivo sono peculiarità importanti.
Inoltre sono richieste competenze specialistiche basate sul settore di appartenenza. Per i comparti tecnologici o in trasformazione serve essere ferrati in sviluppo software, data engineering, AI ethics, green tech e sostenibilità. Per settori tradizionali che si digitalizzano fanno la differenza le competenze di automazione, gestione digitale, operazioni, supply chain digitale.
Perché imparare queste competenze aiuta davvero
Ci sono evidenze concrete che upskilling e reskilling sul lavoro non siano solo buone idee, ma che abbiano impatti reali sul mercato occupazionale: a livello di occupabilità, salari e soddisfazione. Le organizzazioni che investono nella formazione dei dipendenti rilevano tassi più bassi di turnover, maggiore produttività, migliore capacità di adattarsi a shock esterni.
I lavoratori che migliorano le competenze digitali e cognitive tendono a ricevere salari migliori, offerte più stabili, maggiori opportunità di avanzamento. La domanda di competenze tecnologiche e complementari rispetto all’AI cresce rapidamente: mentre alcuni compiti vengono automatizzati, le competenze umane come teamwork, pensiero critico, resilienza, cooperazione, gestione del cambiamento sono sempre più richieste.
Come scegliere cosa imparare: guida pratica all’upskilling
A chi vuole mettere in atto upskilling o reskilling per trovare un nuovo lavoro, serve guardare i dati del proprio Paese o della propria regione: quali settori stanno crescendo, quali competenze vengono richieste negli annunci di lavoro.
Consultare rapporti come quelli del WEF, il Future of Jobs, organismi nazionali per il lavoro, osservatori settoriali può tornare utile, così come valutare il proprio punto di partenza. Quali competenze già si hanno, quali sono aggiornate, quali sono obsolete? Qual è il ruolo o settore attuale e quanto rischia di essere automatizzato o sostituito?Quali sono i propri interessi e punti di forza: spesso è più sostenibile imparare cose nuove se c’è motivazione intrinseca.
Inoltre bisogna decidere se serve fare upskilling, reskilling o entrambi. Se nel proprio settore o ruolo le tecnologie oppure i processi stanno cambiando ma il core del lavoro resta, l’upskilling può bastare. Invece, se il ruolo è a rischio obsolescenza o se si desidera entrare in un altro settore, serve il reskilling.
Fa la differenza scegliere le fonti di apprendimento giuste. Formazione formale: corsi universitari, certificazioni professionali; corsi brevi/MOOCs/bootcamp: spesso più veloci, focalizzati su skill specifiche; apprendimento on the job: progetti, esperienze pratiche, stage; micro‑learning, learning on demand, formazione continua interna all’azienda.
Come già accennato, occorre sviluppare anche le soft skills. Le capacità trasversali sono considerate sempre più fondamentali: adattabilità, comunicazione, resilienza, problem solving. Anche se si hanno competenze tecniche forti, senza quelle complementari è difficile emergere.
Oltretutto serve un piano personale e misurabile. Definire gli obiettivi e suddividerli in sotto‑obiettivi: corsi, certificazioni, pratica, portfolio, networking. Monitorare i progressi, chiedere feedback e adattasi. È utile fare networking e sperimentare; connettersi con professionisti del settore che si vogliono raggiungere, partecipare a comunità, eventi e conferenze; creare piccole prove: progetti personali, freelance, volontariato nel nuovo ambito per acquisire esperienza.
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Alcuni esempi concreti di upskilling e reskilling sul lavoro
Molte aziende internazionali stanno investendo nella formazione dei propri dipendenti per adeguarli a nuove tecnologie (AI, big data, cybersecurity) e quelle che non lo fanno rischiano di perdere competitività. Studi accademici mostrano che le competenze complementari rispetto all’intelligenza artificiale (resilienza, digital literacy, capacità di lavoro collaborativo) non sono solo ‘nice to have’ ma vengono premiate anche in termini di retribuzione.
Nella pratica è indispensabile fare analisi sulle skill‑based hiring. Si tratta di assunzioni basate sulle competenze piuttosto che solo sui titoli e mostrano che in ruoli legati all’AI e ai green job la richiesta di competenze specifiche, certificati, pratica è sempre più importante mentre l’uso del diploma o della laurea come criterio perde di importanza.
Linee guida per fare bene l’upskilling e reskilling
Per essere efficaci, queste attività devono essere fatte con strategia. Serve coerenza con le esigenze del mercato: studiare i trend, usare dati (rapporti WEF, banche del lavoro, osservatori) per capire dove la domanda sta andando. Bisogna personalizzare il percorso. Ciascuno ha punti di forza, un background diverso: personalizzare ciò che si deve imparare significa evitare spreco di tempo ed energie.
I corsi teorici sono utili, ma molto più efficace è applicare quello che si impara tramite progetti reali, esperienze sul campo. Inoltre è bene misurare, verificare se le competenze acquisite servono davvero nel lavoro cercato, se non funziona è meglio cambiare approccio. Inoltre un sistema misto di apprendimento può rivelarsi vincente: online, formazione in aula, mentoring, peer‑learning e coaching per esempio. Infine la formazione non è un evento unico, ma un percorso continuo. Il concetto di lifelong learning è centrale.
Prospettive future nell’upskilling e nel reskilling
Alcune tendenze stanno emergendo o emergeranno e meritano attenzione. Fra queste c’è una crescita continua della domanda per competenze legate all’AI, all’automazione e alla sostenibilità. Le aziende stanno segnalando che queste sono le aree con maggiore crescita della domanda.
Si assisterà a un declino relativo del valore dei titoli tradizionali nei settori tecnologici, con maggiore riconoscimento delle competenze pratiche, certificazioni settoriali, esperienze reali. Le politiche pubbliche e i programmi statali di formazione e riqualificazione avranno un ruolo maggiore, così da assicurare che chi è più svantaggiato o più anziano non resti escluso dalla transizione.
Stanno nascendo e nasceranno nuove forme di apprendimento. Fra queste ci sono micro‑credentials, bootcamp, formazione modulare, apprendimento peer‑to‑peer, formazione continua integrata con il lavoro.
In definitiva, l’upskilling e il reskilling sul lavoro non sono più opzioni complementari, ma diventano strumenti essenziali per chiunque voglia restare solido nel mercato del lavoro odierno e futuro. Imparare nuove competenze tecniche, ma anche sviluppare capacità trasversali, adattabilità e apprendimento continuo, è fondamentale.
Chi cerca un nuovo lavoro o vuole migliorare la propria posizione dovrebbe valutare bene il mercato e le competenze più richieste; decidere se restare nel proprio ambito (upskilling) o cambiare (reskilling); scegliere fonti di formazione efficaci e pratiche; costruire il proprio piano personale, misurabile, adattabile; essere pronto a cambiare continuamente, a imparare per tutta la vita.
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