Il problema non è solo avere figli, ma capire chi paga davvero il prezzo economico della genitorialità. Il Rapporto annuale dell’Inps mostra che il costo ricade soprattutto sulle donne: prima nel lavoro, poi nei salari e infine nella pensione.
Il collegamento con il tema già emerso su bonus nido, smart working e assegno unico è diretto. Le misure per la famiglia funzionano davvero solo quando aiutano le madri a restare nel mercato del lavoro. Altrimenti il sostegno economico rischia di non bastare: può accompagnare la nascita di un figlio, ma non impedisce che la carriera femminile rallenti o si interrompa.
Pensioni e figli, il divario nasce nel lavoro
Nel 2025 i pensionati sono 16,4 milioni, di cui 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne. La spesa pensionistica ha raggiunto circa 371 miliardi di euro. Ma il dato più significativo riguarda gli importi: l’assegno medio degli uomini è pari a 2.166 euro al mese, quello delle donne a 1.619 euro. La differenza è di circa il 34%.
Dietro questo scarto ci sono carriere più discontinue, retribuzioni più basse e percorsi contributivi più fragili. Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, ha sintetizzato il punto con una frase netta: «Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito».
Il mercato del lavoro cresce nei numeri, ma resta segnato da forti differenze. La retribuzione annua media dei dipendenti pubblici e privati è di 27.649 euro, ma chi lavora full time per tutto l’anno arriva a 41.872 euro lordi medi, mentre chi è part time e lavora mediamente non più di 171 giorni l’anno si ferma a 9.170 euro.
Lavoro femminile, bonus nido e smart working battono l’assegno unico
Nidi e smart working proteggono salari e contributi
È qui che le politiche per la famiglia diventano anche politiche previdenziali. L’assegno unico sostiene il reddito dei nuclei, ma da solo non basta a evitare che le madri perdano terreno nel lavoro. Servono strumenti che riducano il costo pratico della cura: servizi per l’infanzia, flessibilità organizzativa e una migliore condivisione dei carichi familiari.
Il bonus asilo nido va in questa direzione. L’utilizzo della misura è salito dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025, ma restano forti differenze territoriali e sociali. Le famiglie con Isee più basso, pur avendo diritto agli importi più elevati, lo usano meno spesso, anche perché nei territori più fragili l’offerta di servizi è più debole.
Ancora più evidente è l’effetto dello smart working. Il lavoro da remoto riduce fino all’87% la child penalty, cioè la penalizzazione economica che molte donne subiscono dopo la nascita di un figlio. Nell’anno successivo alla maternità, la flessibilità può tradursi in un aumento del reddito fino a 1.300 euro.
Il punto non è quindi scegliere tra bonus e lavoro, ma costruire un sistema che tenga insieme entrambe le cose. I trasferimenti monetari aiutano nell’immediato, ma se non sono accompagnati da servizi e flessibilità rischiano di lasciare intatto il problema principale: la perdita di reddito e di continuità contributiva delle donne.
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