Occupazione in crescita, ma l’Italia resta ultima in Europa

Eurostat certifica un miglioramento al 62,5%, ma il divario con la media Ue supera gli otto punti. Pesa soprattutto il lavoro femminile

Lavoro, 840 mila occupati in più dal 2019 a oggi: aumentano i senior ma anche il malessere© Shutterstock

Stando ai dati Eurostat 2026, l’occupazione in Italia continua a crescere, ma il Paese resta comunque fanalino di coda in Europa. Secondo i dati, il tasso nella fascia 15-64 anni è salito al 62,5%. Un miglioramento rispetto all’anno precedente, ma ancora insufficiente a colmare il divario con il resto dell’Unione.

Nel confronto con i 27 Paesi membri, l’Italia resta infatti ultima per livello di occupazione. La media europea infatti si colloca ben oltre il dato italiano, confermando una distanza strutturale che si mantiene stabile nel tempo. Anche se la crescita del nostro Paese è leggermente superiore alla media Ue, il recupero non è abbastanza rapido da modificare la posizione in classifica.

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Il quadro delineato dall’Eurostat sull’occupazione in Italia diventa ancora più evidente se si guarda alla fascia 20-64 anni, quella più utilizzata per le comparazioni internazionali. In questo segmento l’Italia rimane distaccata rispetto ai principali partner europei, con livelli occupazionali significativamente più bassi rispetto a Germania, Francia e Spagna.

Uno dei principali fattori del ritardo italiano continua a essere il basso tasso di occupazione femminile. Le donne in età lavorativa partecipano al mercato del lavoro in misura molto inferiore rispetto alla media europea, contribuendo in modo decisivo al divario complessivo. A questo si aggiunge la persistente differenza territoriale tra Nord e Sud, con il Mezzogiorno che registra livelli occupazionali sensibilmente più bassi.

Secondo gli analisti di Eurostat, il miglioramento del mercato del lavoro italiano è legato soprattutto alla crescita dei contratti a tempo determinato e al settore dei servizi, ma non basta a modificare la struttura del mercato occupazionale nel suo complesso.

Il dato del 62,5% rappresenta comunque un valore in crescita rispetto agli anni precedenti e conferma una tendenza positiva, anche se lenta. Tuttavia, la distanza con la media europea – che resta superiore di oltre otto punti percentuali – evidenzia un problema strutturale più che congiunturale.

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