L’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento tecnologico: per la maggioranza dei manager a livello globale, è diventata un vero e proprio collega. Secondo il report The Emerging Agentic Enterprise pubblicato da Mit Sloan Management Review e Boston Consulting Group (BCG), ben il 76% dei dirigenti afferma di collaborare già oggi con agenti AI integrati nei processi decisionali e operativi.
Si tratta della cosiddetta Agentic AI, una nuova generazione di sistemi capaci non solo di generare contenuti su richiesta, ma di agire in autonomia, prendere decisioni, interagire con altri sistemi e persone, e adattarsi nel tempo. È una tecnologia che cambia la natura stessa del lavoro e ridefinisce i ruoli manageriali, le strutture organizzative e le modalità di apprendimento.
Come ottenere un vantaggio competitivo
La diffusione dell’AI agentica è in rapida crescita: secondo lo studio, il 35% delle aziende ha già avviato progetti concreti e un ulteriore 44% è pronto a farlo nel breve termine. Ma non tutte ne traggono vantaggio. Secondo lo studio, il vero valore competitivo non deriva dalla velocità di adozione, bensì dalla capacità di personalizzare e addestrare gli agenti AI al proprio contesto operativo.
Esiste, infatti, il rischio concreto che, utilizzando dataset simili, gli agenti restituiscano risultati troppo uniformi, appiattendo le differenze tra le imprese. A emergere saranno invece quelle realtà che sviluppano dati proprietari, competenze distintive e modelli su misura: così facendo, potranno trasformare l’AI in un fattore strategico di differenziazione, e non solo in uno strumento di efficienza.
Cambia la natura del lavoro
L’integrazione dell’AI nei processi aziendali non riduce il lavoro umano, ma lo trasforma. Il report evidenzia la nascita di un nuovo profilo professionale: il generalista orchestratore, un manager capace di collaborare con team ibridi uomo-macchina e di assumersi la responsabilità di decisioni condivise con l’AI.
Tra le imprese che adotteranno l’Agentic AI in modo estensivo, il 43% prevede di assumere più generalisti al posto di specialisti, mentre il 29% ridurrà i ruoli di ingresso e il 45% i livelli di middle management nei prossimi tre anni. I giovani talenti, in questo nuovo scenario, apprendono supervisionando gli agenti AI, sviluppando competenze critiche di controllo, correzione e interpretazione.
La responsabilità resta ai manager
Nonostante la crescente autonomia delle macchine, la responsabilità ultima delle decisioni resta saldamente in capo all’impresa e, in particolare, ai suoi manager. Le organizzazioni più mature stanno infatti adottando hub di governance centralizzati, sistemi di auditing continuo e politiche di supervisione capaci di gestire anche input ambigui o incompleti.
Il successo nell’era degli agenti AI non dipenderà dalla tecnologia in sé, ma dalla leadership umana: da chi saprà governare questi nuovi colleghi digitali, formandoli e adattandoli al contesto aziendale, invece di subirli passivamente.
© Riproduzione riservata
© Shutterstock




