Quasi un occupato italiano su quattro si trova in una condizione di vulnerabilità sul lavoro. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Eurofound, l’Agenzia dell’Unione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di impiego, che ha analizzato il mercato del lavoro nei Paesi membri tra il 2009 e il 2021.
Secondo lo studio, il 24% degli occupati in Italia presenta almeno una forma di incertezza legata a tre fattori: reddito insufficiente, insicurezza occupazionale o carenza di tutele sul luogo di lavoro. Un dato superiore alla media dell’Unione europea, che si attesta al 19%, e inferiore soltanto a quello registrato in Spagna pari al 29%, mentre Portogallo e Lussemburgo condividono con il nostro Paese livelli particolarmente elevati. All’estremo opposto si collocano Ungheria con il 17%, Malta e Bulgatia con il 18%.
Il rapporto evidenzia come la vulnerabilità al lavoro sia aumentata in tutta Europa dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, soprattutto a causa della diffusione dell’impiego temporaneo e part-time involontario. Dal 2016 il fenomeno ha iniziato a ridursi, fino a scendere sotto i livelli precedenti alla crisi, anche se persistono forti differenze tra i diversi Stati membri.
L’analisi sottolinea inoltre che avere un contratto non standard non significa automaticamente essere vulnerabili. Il rischio cresce soprattutto quando il lavoro a termine o part-time è involontario oppure quando si sommano più elementi di precarietà, come bassi salari, scarse tutele e limitate prospettive di carriera.
I settori più a rischio
Alcune categorie risultano particolarmente esposte. Donne, giovani, lavoratori migranti, persone con disabilità, comunità Rom e persone LGBT+ affrontano con maggiore frequenza condizioni di vulnerabilità, spesso legate a ostacoli strutturali, discriminazioni e difficoltà di accesso a occupazioni stabili e di qualità. Nell’occupazione femminile, ad esempio, continua a pesare la difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari, mentre i lavoratori stranieri devono confrontarsi con vincoli normativi e problemi nel riconoscimento delle qualifiche professionali.
Tra gli elementi di maggiore interesse emerge il ruolo dell’esperienza lavorativa. Secondo Eurofound, ogni anno di attività riduce di circa un punto percentuale la probabilità di trovarsi in una situazione di vulnerabilità, fino a una diminuzione complessiva di circa 20 punti nell’arco di una carriera ventennale.
Gli effetti sulla qualità del lavoro
Lo studio evidenzia infine come l’accumulo di più forme di vulnerabilità abbia effetti significativi sulla qualità del lavoro e sul benessere psicologico. I lavoratori più esposti riportano minori opportunità di formazione e crescita professionale, salari meno prevedibili, minore autonomia decisionale e una maggiore incidenza di ansia e depressione.
Alla luce della diffusione dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione, Eurofound richiama la necessità di aggiornare costantemente le politiche del lavoro. L’obiettivo è garantire maggiore flessibilità senza compromettere la qualità dell’occupazione, rafforzando controlli, tutele e strumenti contro gli abusi nelle forme di lavoro atipico, in linea con il Pilastro europeo dei diritti sociali e la Quality Jobs Roadmap presentata dalla Commissione europea nel 2025.
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