Sono scattati i licenziamenti collettivi per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto. L’Aigi, l’associazione che riunisce le imprese dell’indotto di Acciaierie d’Italia e General Industries, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura.
Per le aziende si tratta di una scelta definita “estrema e dolorosa”, ma considerata ormai inevitabile alla luce dell’incertezza sul futuro dello stabilimento siderurgico.
Perché sono iniziati i tagli
Al centro della crisi dell’ex Ilva c’è soprattutto la prospettiva di chiusura dell’area a caldo entro ottobre, legata al provvedimento della Corte d’Appello di Milano.
Il presidente dell’Aigi, Nicola Convertino, attribuisce l’accelerazione della crisi anche alla mancanza di una programmazione che, secondo le imprese, avrebbe potuto consentire di mettere in sicurezza le attività e tutelare la filiera dell’indotto.
La situazione rischia così di amplificare gli effetti occupazionali della lunga crisi dell’ex Ilva. Le imprese che lavorano nello stabilimento dipendono infatti in larga misura dalle commesse siderurgiche e una riduzione o sospensione delle attività produttive si traduce rapidamente in una contrazione del lavoro per l’intera filiera.
La risposta del Governo
Il Governo sta cercando una soluzione industriale per il futuro del polo siderurgico. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha confermato nelle scorse settimane che il percorso di vendita degli asset deve confrontarsi con i tempi imposti dal provvedimento giudiziario sull’area a caldo e con la situazione finanziaria di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Il ministero ha inoltre evidenziato la particolare esposizione delle imprese dell’indotto alla riduzione delle commesse.
La questione non riguarda soltanto l’occupazione. Il futuro dello stabilimento di Taranto intreccia produzione industriale, risanamento ambientale e continuità economica della filiera. La documentazione parlamentare ricorda che Acciaierie d’Italia è in amministrazione straordinaria dal 2024 e che lo Stato è intervenuto negli anni con strumenti finanziari destinati anche a garantire la continuità produttiva e sostenere le imprese fornitrici.
Sul fronte ambientale, inoltre, l’impianto resta sottoposto a procedure di riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale. Il Ministero dell’Ambiente indica attualmente procedimenti in corso per lo stabilimento di Taranto.
Per Taranto, dunque, le 2.500 lettere di licenziamento rappresentano un nuovo e pesante capitolo della crisi. Il rischio è che l’incertezza sul futuro dell’acciaieria finisca per travolgere non soltanto i lavoratori direttamente impiegati nello stabilimento, ma anche una parte significativa del tessuto imprenditoriale che negli anni si è sviluppato intorno all’ex Ilva.
© Riproduzione riservata
© Shutterstock




