Tim, la cura Labriola fa volare il titolo (e Poste incassa)

Dopo la cessione della rete e la conversione delle risparmio, il gruppo torna a distribuire dividendi. Poste segna una plusvalenza da 900 milioni

Tim, la cura Labriola fa volare il titolo (e Poste incassa)L'a.d. di Tim, Pietro Labriola

Dopo anni di incertezza e ristrutturazioni, Tim sta vivendo un momento di forte rilancio. A un anno e mezzo dalla cessione della rete al consorzio guidato da Kkr, il gruppo è radicalmente cambiato. Il valore in Borsa è più che raddoppiato, l’indebitamento si è drasticamente ridotto e il ritorno ai dividendi è ormai alle porte.

Nel luglio del 2024, al momento della vendita dell’infrastruttura di rete – operazione che ha visto coinvolti anche il Mef, con una quota del 16%, e F2i, con l’11,2% – la capitalizzazione di Tim si attestava a 4,9 miliardi di euro, con un debito che sfiorava i 25 miliardi. Oggi la società è valutata quasi 12 miliardi e l’indebitamento netto è sceso a 7,3 miliardi, al netto dei 14 miliardi trasferiti sulla Netco.

La crescita in Borsa e il ruolo di Poste

A guidare questa trasformazione è stato l’amministratore delegato Pietro Labriola, che ha puntato su una semplificazione del perimetro aziendale e sull’efficienza operativa. Il titolo ha registrato un balzo del 123% in dodici mesi, raggiungendo 0,51 euro per azione, ovvero poco più del prezzo che Kkr aveva offerto nel 2021 per l’intero gruppo integrato.

Nel frattempo, anche l’azionariato è cambiato. I francesi di Vivendi, che avevano fatto il loro ingresso nel 2014, hanno progressivamente ceduto il passo a Poste Italiane, oggi primo socio con il 27,32%. L’investimento, articolato in più fasi per un totale di 1,2 miliardi, oggi vale 2,1 miliardi, generando una plusvalenza teorica di 900 milioni.

La conversione delle risparmio: un’operazione attesa

Un altro tassello chiave della strategia Tim è stata la conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie. Un’operazione attesa da anni, bocciata in passato da Vivendi, ma che oggi – come evidenziato in un articolo del quotidiano la Repubblica – ha ottenuto il plauso del mercato e degli azionisti. La conversione avverrà con un rapporto di 1 a 1, con un conguaglio in denaro di 0,12 euro in caso di adesione volontaria, e 0,04 euro in caso di conversione obbligatoria. Chi invece decidesse di esercitare il recesso otterrà 0,5117 euro per azione.

A rendere possibile la manovra è stata la sentenza della Cassazione che ha condannato lo Stato a risarcire Tim per 1,014 miliardi di euro, per un canone concessorio versato nel 1998 e mai dovuto. Queste risorse serviranno in parte a coprire i costi della conversione, stimati tra 600 e 700 milioni.

Anche il quotidiano Corriere della Sera evidenzia come la semplificazione della struttura azionaria sia stata accolta positivamente, con un forte rialzo delle azioni risparmio (+8,6%) e ordinarie (+2,55%) nella giornata di Borsa successiva all’annuncio.

Dividendi in arrivo e lo scenario futuro

Tim guarda ora al futuro con un piano strategico al 2027 che punta a consolidare la sua posizione in Italia come principale piattaforma digitale e Telco, e in Brasile come operatore più efficiente, dove Tim Brasil vanta già un margine Ebitda del 50%.

Sul fronte della remunerazione, Tim ha promesso di distribuire 1,5 miliardi di euro in dividendi nel triennio 2026-2028. In particolare, già nel 2026 gli azionisti potrebbero ricevere una cedola fino a 1,65 centesimi per azione, anche grazie alla cessione di Sparkle, prevista per il primo trimestre del 2026, da cui Tim dovrebbe incassare 700 milioni, metà dei quali destinati a buyback o dividendi.

Resta poi sul tavolo la possibilità di incassare ulteriori 2,5 miliardi sotto forma di earn-out, qualora entro il 31 dicembre 2026 si concretizzasse un’integrazione tra la rete Netco e Open Fiber. Uno scenario che al momento viene considerato poco probabile, ma che rappresenterebbe un ulteriore tassello del rilancio.

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