Il cambio di strategia sull’auto elettrica costa caro a Stellantis. Il Gruppo ha contabilizzato oneri per 22,2 miliardi di euro nel secondo semestre 2025, legati alla revisione dei piani industriali e del portafoglio prodotti, con un impatto pesante sui conti e sull’andamento del titolo. A Piazza Affari le azioni hanno chiuso con un calo del 25,17%, scendendo a 6,11 euro, ai minimi dal 2020, con quasi 6 miliardi di capitalizzazione andati in fumo.
Alla svalutazione si accompagna la sospensione del dividendo nel 2026, decisione presa alla luce di una perdita netta attesa tra 19 e 21 miliardi nel secondo semestre 2025, a fronte di ricavi stimati tra 78 e 80 miliardi di euro e di un risultato operativo rettificato negativo tra -1,2 e -1,5 miliardi.
Auto elettrica e Stellantis, il peso della svolta sui conti
La parte più rilevante degli oneri riguarda proprio l’auto elettrica. 14,7 miliardi sono legati al riallineamento dei piani di prodotto alle preferenze dei clienti, con 2,9 miliardi per modelli cancellati, 6 miliardi per le piattaforme e 2,1 miliardi per il ridimensionamento della supply chain delle batterie.
Secondo l’amministratore delegato Antonio Filosa, il Gruppo ha sovrastimato il ritmo della transizione energetica, finendo per allontanarsi dalle esigenze reali del mercato. La riorganizzazione, definita un vero “reset” strategico, punta a riportare Stellantis su un percorso di crescita profittevole già dal 2026, senza ricorrere ad aumenti di capitale.
Borsa, ordini e nodi industriali di Stellantis
Il mercato ha reagito con forza alla portata della revisione, penalizzando anche Exor, primo azionista del Gruppo. In cinque anni il titolo Stellantis ha perso oltre il 51%. Sul fronte operativo, però, emergono segnali più incoraggianti: nel quarto trimestre 2025 le consegne globali hanno raggiunto 1,5 milioni di veicoli, in crescita del 9%, con un balzo del 43% in Nord America e ordini in forte aumento.
Secondo quanto riportato sabato 7 febbraio da la Repubblica, la revisione della strategia sull’auto elettrica si inserisce anche in un contesto più complesso, segnato dalle nuove scelte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti e dalle difficoltà strutturali del mercato europeo.
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