Stablecoin, la nuova faglia del sistema finanziario secondo la Bce

Il nuovo allarme di Francoforte accende i riflettori sulle criptovalute ancorate al dollaro. Ecco perché sono diventate un tema macroeconomico

Il 26 novembre la Banca centrale europea ha compiuto un passo importante: nel Financial Stability Review ha pubblicato un box dedicato alle stablecoin, dal messaggio inequivocabile: le Stablecoin sono in ascesa: sono ancora piccole nell’Eurozona, ma i rischi di spillover aumentano. Per la prima volta, Francoforte riconosce apertamente che queste valute digitali private, nate per mantenere un valore stabile attraverso un ancoraggio a una valuta fiat, stanno acquisendo dimensioni tali da poter generare ripercussioni sul sistema finanziario europeo.

La Bce sottolinea che le stablecoin vengono ormai considerate parte integrante dei mercati globali, pur essendo ancora poco diffuse nell’Eurozona. Il nodo cruciale, secondo Francoforte, è che la loro crescita avviene quasi interamente attraverso strumenti denominati in dollari statunitensi. Questo comporta che la maggior parte delle riserve a garanzia di questi token digitali è investita in Treasury e strumenti di liquidità Usa, creando un ponte diretto tra mercato crypto e mercato obbligazionario americano.

Il rischio evocato dalla Bce è duplice. Da un lato, il ricorso crescente alle stablecoin può indebolire la raccolta bancaria nell’Eurozona, perché parte della liquidità che oggi resta nei conti potrebbe fluire verso strumenti digitali privati ancorati al dollaro. Dall’altro lato, un’improvvisa perdita di fiducia in uno dei principali emittenti potrebbe innescare una vendita di massa delle riserve in dollari, con conseguenti tensioni sui mercati internazionali della liquidità, in un momento in cui molte banche europee dipendono già pesantemente dai finanziamenti in valuta americana. È questo intreccio tra finanza digitale e sistema bancario tradizionale che porta l’Eurotower a parlare di “potenziali spillover”.

La preoccupazione si è intensificata alla luce della concentrazione estrema del mercato: Tether Usdt, con circa 180 miliardi di dollari, rappresenta il 63% del totale, mentre Usdc pesa per altri 75 miliardi. Due soli emittenti controllano quasi il 90% di un comparto globale che oggi ha raggiunto una capitalizzazione superiore ai 280 miliardi di dollari. Una fragilità strutturale che la stessa BCE definisce “potenzialmente destabilizzante”.

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Cosa sono le stablecoin e perché sono diventate così importanti

Per comprendere perché le stablecoin siano finite al centro dell’attenzione internazionale bisogna osservare la loro funzione. Le stablecoin sono asset digitali progettati per mantenere un valore stabile, generalmente ancorato a una valuta fiat. Il loro obiettivo è offrire la rapidità e la programmabilità tipiche delle criptovalute, senza l’estrema volatilità che caratterizza bitcoin o ether.

La maggior parte delle stablecoin possono essere considerate una forma di “dollaro digitale”, perché sono denominate in dollari e garantite da riserve investite in attività statunitensi. Per mantenere il peg, cioè l’ancoraggio 1:1 tra il valore della stablecoin e quello della valuta reale di riferimento, gli emittenti dichiarano di detenere riserve equivalenti ai token in circolazione, che possono essere composte da depositi cash, titoli del Tesoro Usa o strumenti monetari molto liquidi. Proprio la natura di queste riserve è diventata il fulcro del dibattito regolamentare.

Le stablecoin vengano usate come mezzo di scambio interno al mondo crypto, come copertura dalla volatilità, come strumento per trasferimenti internazionali e come alternativa, non dichiarata ma sempre più diffusa, ai depositi bancari in valuta estera. La loro capacità di muoversi in tempo reale senza intermediari tradizionali le rende estremamente attrattive, ma proprio questa caratteristica sposta un pezzo dell’infrastruttura dei pagamenti fuori dal perimetro delle autorità monetarie.

Un’analisi della Bank for International Settlements (Bis) mette in luce come la crescita delle stablecoin stia diventando un tema non più solo tecnologico ma macro-finanziario. Secondo la Bis, il rischio chiave non è la dimensione attuale del mercato, ma la velocità con cui potrebbe amplificare eventuali shock, dato che le riserve sono concentrate nella stessa tipologia di asset e nella stessa valuta.

Il dominio del dollaro e l’effetto sulle riserve

La Bce insiste su un punto: la dipendenza strutturale delle stablecoin dalle riserve in dollari è un fattore destabilizzante per l’Europa. Avere centinaia di miliardi di token digitali garantiti da asset statunitensi significa infilare un cavo diretto tra finanza decentralizzata e mercato del debito Usa, con gli operatori crypto che diventano acquirenti di peso dei Treasury. Tether è arrivata a detenere volumi pari a decine di miliardi di dollari in titoli governativi americani, al punto da diventare un attore non marginale nei mercati monetari.

Se in condizioni normali questo garantisce stabilità al peg, in situazioni di stress potrebbe provocare l’effetto opposto: la vendita improvvisa di grandi quantità di titoli per soddisfare i riscatti. È lo scenario della “corsa agli sportelli” applicata alle valute digitali. Ed è qui che la Bce vede il rischio di contagio verso l’Eurozona, soprattutto per quelle banche che hanno una significativa esposizione al dollaro e dipendono dai mercati internazionali per la liquidità.

Stati Uniti: il Genius Act e la strategia sul dollaro digitale

Sul fronte americano, la lettura è completamente diversa. Con il Genius Act, gli Stati Uniti hanno scelto di incanalare la crescita delle stablecoin in un quadro normativo chiaro e centralizzato. L’obiettivo è proteggere i consumatori e allo stesso tempo rafforzare il ruolo internazionale del dollaro, anche nella sua forma digitale privata.

Il mercato ha recepito rapidamente il segnale politico, con molte istituzioni finanziarie americane pronte a sviluppare proprie stablecoin o a integrarle nei propri servizi. Una dettagliata analisi di Reuters ha spiegato come il Genius Act abbia accelerato la corsa delle big tech e delle banche statunitensi verso i pagamenti digitali:

Gli Stati Uniti stanno di fatto costruendo un’infrastruttura digitale del dollaro che potrebbe consolidarne ulteriormente l’egemonia.

L’Europa tra MiCA, euro digitale e il ruolo dell’Italia

Di fronte a questo scenario, l’Europa si muove su un doppio binario. Da un lato c’è MiCA, che impone requisiti rigorosi e limiti per le stablecoin non denominate in euro, nel tentativo di proteggere la sovranità monetaria. Dall’altro lato cresce la consapevolezza che serva un’alternativa europea credibile, in grado di competere non solo sul piano regolamentare ma anche su quello tecnologico.

L’Italia sta emergendo come uno dei laboratori più dinamici. Attraverso iniziative come la stablecoin “di sistema” promossa dal circuito Bancomat, il Paese punta a integrare le valute digitali nel proprio ecosistema di pagamenti e a sostenere lo sviluppo dell’euro digitale. In questa transizione, l’obiettivo è evitare che l’economia reale continui a gravitare attorno a strumenti privati denominati in dollari, che sfuggono al controllo delle autorità europee.

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