Poste Italiane arriva all’85,82% di Tim al termine della riapertura dell’Opas, sulla base dei risultati provvisori comunicati venerdì 25 settembre dalla società. Le adesioni complessive hanno raggiunto il 65,718% del capitale della compagnia telefonica e, sommate al 20,104% già posseduto da Poste, portano il Gruppo guidato da Matteo Del Fante al controllo di 1,833 miliardi di azioni Tim.
La quota resta sotto il 90%, soglia che avrebbe consentito di attivare la procedura per l’acquisto delle azioni residue e accelerare il delisting. Poste Italiane ha precisato, infatti, che non si sono verificati i presupposti per il diritto di acquisto o per la procedura congiunta. I risultati definitivi saranno comunicati entro il 1° ottobre, mentre il pagamento delle azioni conferite nella riapertura dei termini è previsto il 2 ottobre.
Durante l’ultima finestra, aperta dal 21 al 25 settembre, sono state consegnate circa 410 milioni di azioni Tim, pari al 19,195% del capitale. Il corrispettivo riconosciuto per ogni titolo comprende 0,218 azioni Poste di nuova emissione e 1,97 euro in contanti, dopo l’aumento di 30 centesimi deciso il 7 settembre insieme alla rinuncia alla precedente condizione sulla soglia minima.
Il delisting resta sul tavolo
Il mancato raggiungimento del 90% non chiude però la partita sull’uscita di Tim da Piazza Affari. Con una partecipazione superiore ai due terzi del capitale, Poste dispone delle maggioranze necessarie per approvare operazioni straordinarie, compresa una possibile fusione per incorporazione. Inoltre, come ricordato da Il Sole 24 Ore, il prospetto dell’offerta contempla anche l’ipotesi che Borsa Italiana possa sospendere o revocare il titolo in presenza di un flottante insufficiente a garantire negoziazioni regolari.
Sul piano finanziario, l’esborso legato alle adesioni si attesterebbe a circa 2,8 miliardi di euro, portando l’esposizione complessiva di Poste per l’operazione tra 5 e 6 miliardi. Il finanziamento era stato aumentato a 3,5 miliardi dopo il rilancio della componente cash, ma l’esito dell’offerta dovrebbe lasciare inutilizzata una parte della linea disponibile. L’integrazione industriale può intanto partire. Secondo quanto riportato dal quotidiano la Repubblica, il nuovo piano industriale è atteso in primavera e l’operazione punta a generare a regime 700 milioni di euro di efficienze, di cui 500 milioni sul fronte dei costi.
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