Perché Michael Burry ha chiuso il fondo Scion

Il finanziere de La grande scommessa liquida il fondo da 150 milioni e apre un fronte contro l’intelligenza artificiale e i bilanci gonfiati delle Big Tech

Perché Michael Burry ha chiuso il fondo Scion© Photo by Jim Spellman/WireImage

Michael Burry ha messo fine a una lunga stagione di scommesse controcorrente. Il celebre investitore, reso noto al grande pubblico dal film La grande scommessa, ha chiuso il suo hedge fund da 150 milioni di dollari, Scion Asset Management. La decisione è diventata effettiva il 10 novembre 2025, data in cui, secondo il sito ufficiale della Securities and Exchange Commission (Sec), la registrazione del fondo è stata ufficialmente revocata.

In una lettera agli investitori datata 27 ottobre, riportata da Reuters, Burry ha annunciato che avrebbe liquidato i fondi e restituito il capitale entro la fine dell’anno, fatta eccezione per una piccola riserva destinata ad audit e tasse. “Nella mia stima, il valore dei titoli non è attualmente – e non lo è da tempo – in linea con quello attribuito dai mercati”, ha spiegato nella comunicazione. Una valutazione netta, che riflette un crescente disincanto verso l’euforia finanziaria che domina oggi Wall Street.

Sotto attacco l’AI e i bilanci dei colossi tech

La chiusura del fondo arriva in un momento di forte esposizione mediatica e finanziaria da parte di Burry contro l’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Come emerge dai documenti depositati alla Sec il 4 novembre, l’investitore aveva preso posizioni ribassiste massicce: ha acquistato opzioni put su Palantir e Nvidia per un valore complessivo di oltre 1,1 miliardi di dollari, con circa 900 milioni concentrati su Palantir e altri 200 milioni su Nvidia.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Ceo di Palantir, Alex Karp, lo ha attaccato pubblicamente in un’intervista alla Cnbc, definendolo “fuori di testa” e accusandolo di manipolazione del mercato. Burry ha risposto pochi giorni dopo, rilanciando le sue accuse. Il 10 novembre, in un post su X, ha puntato il dito contro i grandi operatori del cloud – Amazon, Google, Meta e Microsoft – sostenendo che alterano i bilanci sottostimando gli ammortamenti legati agli investimenti in infrastrutture per l’AI, in particolare server, data center e Gpu Nvidia. Secondo lui, l’estensione artificiosa della “vita utile” di questi asset permetterebbe alle aziende di gonfiare gli utili.

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Un addio strategico, non una resa

Negli ultimi mesi, Burry aveva già lasciato intuire il proprio distacco dai mercati. In un post diventato virale aveva pubblicato un’immagine tratta da La grande scommessa accompagnata dalla frase: “A volte l’unica mossa vincente è non giocare”. Non un segno di resa, ma piuttosto il riflesso di una crescente convinzione: che i mercati non ascoltino più gli avvertimenti su bolle e valutazioni fuori controllo.

Per alcuni osservatori, come Bruno Schneller di Erlen Capital Management – citato da Reuters – la scelta di Burry “sembra meno un “mollare” e più il passo indietro di chi è convinto che il gioco sia fondamentalmente truccato”. La liquidazione di Scion potrebbe quindi rappresentare non un epilogo, ma l’ennesimo segnale di allarme lanciato da un investitore che ha costruito la propria reputazione proprio leggendo prima degli altri le distorsioni del mercato.

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