Mps, lo scontro su Mediobanca e Generali cambia gli equilibri

Mps al voto, esito incerto tra incognite e nuove regole sulla governance© Getty Images

Dopo un 2025 segnato da una raffica di offerte pubbliche nel settore bancario, il 2026 si apre con una nuova fase di riassetto. Al centro dell’attenzione c’è Monte dei Paschi di Siena (Mps), che a fine ottobre ha completato l’acquisizione di Mediobanca, portando con sé anche il 13% di Generali.

Il nodo ora riguarda il controllo di una filiera finanziaria che unisce Mps, Mediobanca e Generali. Le prossime decisioni dell’assemblea e la scelta del nuovo amministratore delegato a Siena saranno decisive per capire quale direzione prenderà questo sistema.

A segnare una svolta è stata l’esclusione di Luigi Lovaglio dalla lista del consiglio di amministrazione che guiderà la banca nei prossimi tre anni. Una decisione maturata al termine di un lungo confronto con Francesco Gaetano Caltagirone, che riflette divergenze strategiche emerse già negli anni precedenti.

La strategia su Mediobanca

Secondo quanto ricostruito da Affari & Finanza de la Repubblica, le tensioni tra management e azionisti risalgono alla fine del 2024, quando Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, acquistarono quote di Mps dal Ministero dell’Economia.

I due investitori erano già presenti in Mediobanca con circa il 30% del capitale e cercavano uno strumento per rafforzare la loro posizione. Non potendo assumere direttamente il controllo di una banca per i vincoli imposti dalla Bce, la strategia passava proprio attraverso Monte dei Paschi.

Su come condurre l’operazione, però, le visioni erano diverse. Alcuni azionisti avrebbero preferito acquistare sul mercato una quota iniziale tra il 5% e il 10% di Mediobanca prima di procedere con l’offerta pubblica. Lovaglio, invece, scelse di lanciare direttamente l’Ops all’inizio del 2025, mantenendo un approccio più prudente sull’utilizzo delle risorse della banca.

Il nodo Generali e il futuro della filiera

Le divergenze si sono ripresentate anche nei mesi successivi, in particolare durante le discussioni sulla strategia futura dopo la conquista di Mediobanca.

Il piano sostenuto da Lovaglio prevedeva la fusione e l’uscita dalla Borsa, con l’obiettivo di creare sinergie e aumentare il valore per gli investitori. La posizione di Caltagirone era invece diversa: mantenere Mediobanca quotata, collocando sul mercato parte delle azioni acquisite da Mps.

La liquidità ottenuta avrebbe potuto essere utilizzata per rafforzare ulteriormente la presenza in Generali, dove il gruppo dispone già di una partecipazione articolata tra il 13% detenuto tramite Mediobanca, il 6,7% posseduto direttamente e il 10% riconducibile a Delfin.

Mps, il peso di Bce, governo e azionisti

Nel confronto tra management e soci ha avuto un ruolo anche la Bce, che secondo alcune fonti avrebbe espresso sostegno al progetto di fusione e delisting sostenuto da Lovaglio.

Nonostante questo appoggio, nelle ultime settimane il manager si è trovato progressivamente isolato all’interno della governance di Mps. Nel frattempo il principale azionista, Delfin, che detiene il 17,5% della banca, ha mantenuto un profilo più defilato, sottolineando la natura finanziaria della propria partecipazione.

A complicare ulteriormente lo scenario sono intervenuti anche sviluppi politici e giudiziari, che hanno contribuito ad accelerare la fine dell’esperienza di Lovaglio alla guida della banca.

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