Il Consiglio di amministrazione di Mps prende tempo, ma manda un messaggio netto al mercato: l’Opas di Intesa Sanpaolo non convince, almeno nelle condizioni finora presentate. Dopo oltre un mese di analisi, il board presieduto da Cesare Bisoni e guidato da Luigi Lovaglio ha approvato all’unanimità una serie di osservazioni preliminari sull’offerta di Ca’ de Sass, in attesa del documento ufficiale che arriverà più avanti.
Il punto di partenza è il prezzo. La proposta, pari a 1,6 azioni Intesa Sanpaolo di nuova emissione più un euro in contanti per ogni titolo Mps, incorpora un premio del 12,5% sui corsi del 5 giugno. Per Siena, però, il livello è inferiore alla media delle offerte pubbliche comparabili nel settore bancario italiano, indicata intorno al 30%. Ai prezzi di mercato di mercoledì, inoltre, il corrispettivo esprimerebbe uno sconto del 3,3%, destinato ad ampliarsi al 6,2% dopo il dividendo interim previsto da Intesa a novembre.
Opas di Intesa Sanpaolo, le altre critiche di Mps
La critica non riguarda solo il concambio. Secondo il Cda del Monte dei Paschi, il valore messo sul tavolo non riflette né il cambio di controllo né il possibile break-up di Mps. La banca sottolinea anche un disallineamento patrimoniale: la banca senese contribuirebbe per circa il 34% del patrimonio netto tangibile della combinazione, mentre ai suoi azionisti verrebbe riconosciuto il 22% del capitale di Intesa post offerta.
Un altro passaggio centrale riguarda le sinergie. Intesa Sanpaolo stima benefici per 2,9 miliardi annui, ma per Mps i numeri appaiono sproporzionati rispetto al perimetro della banca che resterebbe nel Gruppo. Le sinergie da ricavo peserebbero per il 24% dei ricavi 2025 del Monte, quelle di costo per il 63% della relativa base costi, valori giudicati elevati rispetto alle medie osservate in altre fusioni bancarie.
Lovaglio sfida Intesa Sanpaolo: “Mps vale più di 30 miliardi”
Sul fronte industriale pesa soprattutto lo scenario dello spezzatino. Il piano collegato all’offerta prevede la cessione a Unipol di circa 635 filiali, con una parte rilevante della clientela e del marchio storico. Il compendio sarebbe valorizzato a un multiplo di circa 7,6 volte gli utili, inferiore alle valutazioni medie delle banche italiane secondo il board senese, con il rischio di spostare parte del valore verso gli acquirenti.
Restano poi le incognite regolamentari. Il Cda segnala possibili criticità antitrust legate al rafforzamento di Intesa Sanpaolo e richiama il nodo della partecipazione in Generali, detenuta indirettamente da Mps attraverso Mediobanca, con potenziali riflessi sulla concorrenza nel mercato vita. Si aggiunge l’incertezza sul Danish Compromise, da cui dipenderebbe una quota dei benefici patrimoniali prospettati da Intesa Sanpaolo: senza via libera, l’impatto negativo stimato sarebbe di 60-70 punti base sul Cet1 pro-forma.
Così Intesa Sanpaolo vuole costruire un gigante del risparmio
Banco Bpm resta l’alternativa sul tavolo
Mentre congela il giudizio definitivo su Intesa, Mps tiene aperta la porta a Banco Bpm. La proposta di Piazza Meda viene considerata meritevole di un “approfondimento completo e rigoroso”, perché punta a valorizzare l’intero perimetro del Monte senza disaggregare attività, rete e marchio.
Banco Bpm ha accolto la posizione con soddisfazione. Un portavoce ha parlato di conferma della “valenza industriale” e della «”concretezza” del progetto, finalizzato a creare valore per gli azionisti di entrambe le banche e a preservare Mps nella sua interezza, a beneficio di clienti, dipendenti e territorio.
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