Google rilancia la sfida a Nvidia e spinge Alphabet verso i 4mila miliardi

L’effetto Gemini 3, il rilancio del cloud e l’apertura delle Tpu a clienti esterni spingono la capogruppo della società di Mountain View verso un traguardo storico

Google rilancia la sfida a Nvidia e spinge Alphabet verso i 4mila miliardi© Shutterstock

Alphabet accelera nella corsa all’intelligenza artificiale e, trainata dal successo del nuovo modello Gemini 3, si prepara a entrare nel club ristretto dei colossi da 4 mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Dopo Nvidia, Apple e Microsoft, anche la società madre di Google è vicina a raggiungere questo traguardo, con il titolo che ha toccato un massimo storico di 315,9 dollari e una capitalizzazione di 3.820 miliardi.

La rincorsa è impressionante se si guarda al passato recente: per anni Google è stata considerata in ritardo nella partita dell’intelligenza artificiale, superata da OpenAI e dalla sua creatura più nota, ChatGpt. Oggi lo scenario è cambiato: Gemini 3 ha ottenuto forti consensi tra analisti e tecnologi, grazie alla sua capacità di gestire compiti complessi, coding avanzato e test logici che mettono in difficoltà altri modelli.

Gemini 3 rilancia Google nell’AI

L’arrivo del nuovo chatbot ha segnato un punto di svolta. Con 650 milioni di utenti dichiarati, l’app Gemini è ancora alle spalle di ChatGpt (800 milioni settimanali), ma mostra segnali di crescita rapida. A ottobre ha raggiunto 73 milioni di download mensili, contro i 93 milioni del suo principale rivale.

Il rilancio di Google nel campo dell’AI è anche il frutto della riorganizzazione interna guidata da Sundar Pichai, che ha affidato la strategia a Demis Hassabis, fondatore di DeepMind. L’obiettivo: concentrare le risorse su modelli in grado di competere ad armi pari con i big della Silicon Valley. Un lavoro che comincia a dare frutti visibili, nonostante inciampi iniziali come quello dell’algoritmo per la generazione di immagini, finito al centro di polemiche.

Chip TPU e la sfida a Nvidia

Un altro pilastro della nuova strategia è rappresentato dai Tpu (Tensor Processing Unit), i chip proprietari di Google, inizialmente usati solo internamente ma oggi offerti anche a clienti esterni. La mossa ha cambiato gli equilibri nel mercato dei semiconduttori per l’AI.

Anthropic ha firmato un accordo per utilizzare fino a un milione di Tpu, per un valore stimato di decine di miliardi di dollari. Ma la notizia più dirompente è quella delle trattative tra Google e Meta, che potrebbe iniziare a usare i chip nei propri data center dal 2027, con un noleggio tramite Google Cloud già nel 2026.

Secondo Reuters, le trattative tra Google e Meta coinvolgono un possibile utilizzo delle Tpu a partire dal 2027, con un’opzione di noleggio tramite Google Cloud già dal 2026. La mossa rappresenterebbe un cambio radicale nella strategia di Google, finora concentrata sull’uso interno dei propri chip. Alcuni dirigenti di Google Cloud stimano che questo nuovo corso potrebbe consentire di conquistare fino al 10% del fatturato annuo di Nvidia, una fetta da diversi miliardi di dollari.

Il ruolo di Berkshire Hathaway

Il cambio di scenario ha già prodotto effetti in Borsa: le azioni Alphabet sono salite di oltre il 5%, mentre Nvidia ha perso il 3,2% a Wall Street. Il fondatore di Nvidia, Jensen Huang, ha comunque rivendicato la superiorità tecnologica dei propri chip, elogiando allo stesso tempo il lavoro svolto da Google.

Un altro elemento che ha rafforzato la fiducia degli investitori è l’ingresso della Berkshire Hathaway nel capitale di Alphabet. Anche se il fondatore Warren Buffett non ha avuto un ruolo diretto nella decisione, la sola presenza del fondo è stata letta come un segnale positivo dal mercato.

I punti di forza di Alphabet

Al di là di AI e chip, anche Google Cloud sta vivendo una fase di forte espansione: nel terzo trimestre ha registrato ricavi per 15,2 miliardi di dollari, in crescita del 34% su base annua. Una performance che ha trasformato quella che era considerata una divisione di rincorsa in uno dei motori di crescita del gruppo.

Sul fronte normativo, infine, Alphabet sembra aver superato il momento più critico. Negli Stati Uniti, la società ha evitato la scomposizione forzata del proprio business, in particolare per quanto riguarda Google Chrome, nonostante un tribunale abbia riconosciuto una posizione di monopolio nella ricerca online.

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