Non solo agricoltura, clima e foreste. Oggi si può investire in modo sostenibile anche per rendere l’acqua più pulita. Con l’aggravarsi della crisi climatica e ambientale, è cresciuta la consapevolezza che la finanza green non possa più limitarsi a promuovere progetti “terrestri” – energie rinnovabili, riforestazione, efficienza energetica – ma debba includere anche le risorse idriche e marine. In questo contesto ha preso piede il paradigma della “finanza blu”, che vede protagonista una nuova categoria di obbligazioni con le quali gli investitori possono sostenere imprese ed enti a tutela dell’ecosistema di mari, laghi, fiumi. E persino per mantenere più efficienti le reti idriche urbane, ossia acquedotti e fognature. Sono i cosiddetti “blue bond”, i cugini delle obbligazioni verdi che foraggiano con denaro fresco tutti quei progetti e attività economiche che contribuiscono limitare gli effetti negativi dell’inquinamento umano sull’acqua, forse il bene più prezioso per la vita sulla Terra.
Qualcuno li definisce un sottoinsieme dei green bond. Come le “verdi”, infatti, anche le obbligazioni blu utilizzano il capitale prestato dagli investitori per finanziare progetti con un impatto positivo sull’ambiente e sono vincolati dagli obblighi di trasparenza sull’utilizzo dei proventi impiegati. Si differenziano dai primi, ovviamente, per la focalizzazione di nicchia sul tema idrico. Gli standard internazionali di settore riconoscono, infatti, come blue bond quelle emissioni in cui il 100% dei proventi risulti impiegato nell’investimento di progetti volti alla conservazione e nella gestione sostenibile delle risorse idriche. Per esempio, la pesca responsabile, la tutela delle barriere coralline, le infrastrutture costiere resilienti, le reti idriche, gli impianti di depurazione.
Il salto qualitativo dei blue bond
Il 2025 ha segnato un salto qualitativo per la finanza blu in Europa e soprattutto in Italia. Lo scorso ottobre, l’utility lombarda A2A ha collocato il primo blue bond italiano, un’emissione da 155 milioni di euro, durata cinque anni e cedola al 2,875%, i cui proventi saranno destinati alla costruzione e al mantenimento di acquedotti, fognature e impianti di depurazione. È un segnale di transizione della finanza blu da un’area di sperimentazione internazionale, soprattutto in Paesi insulari ed economie emergenti, a un ambiente europeo avanzato. È anche una prova che gli strumenti della blue finance possono essere applicati con successo in contesti altamente regolamentati e nel mondo delle infrastrutture del Vecchio Continente.
Risale al 2018, infatti, il primo blue bond sbarcato sul mercato, un titolo pubblico delle Seychelles, con il supporto della Banca Mondiale, con cui l’arcipelago raccolse 15 milioni di dollari per sostenere le aree marine protette, la gestione della pesca e i pescatori su piccola scala. Le emissioni negli anni successivi si sono fatte via via più fitte: alcune da governi di Paesi in via di sviluppo con coste ampie; altre da società private o utility impegnate nella cosiddetta blue economy, il modello di sviluppo economico sostenibile, sviluppato ormai 15 anni fa dall’economista belga Gunter Pauli, che mira a valorizzare le risorse marine in modo responsabile, generando cioè crescita economica, posti di lavoro e benessere, con un occhio di riguardo per la salute degli ecosistemi marini, fluviali e lacustri.

Un volano per i Paesi emergenti costieri
In un mondo dove gli shock climatici legati al mare – innalzamento dei livelli dell’acqua, tempeste, erosione costiera – colpiscono soprattutto i Paesi più fragili, finanziare la resilienza costiera e la sostenibilità delle risorse marine non è solo un imperativo ambientale, ma anche economico e sociale. In quest’ottica, per molti Stati costieri del cosiddetto Global South, con economie fortemente legate al mare e all’acqua, i blue bond rappresentano uno strumento di finanza sostenibile “su misura”: oltre a fornire capitali per progetti ambientali, grazie a strutture finanziarie spesso più flessibili possono offrire anche una via per gestire il debito sovrano. Alcune operazioni, infatti, combinano l’emissione obbligazionaria con ristrutturazioni del debito in cambio di impegni ambientali. Sono le cosiddette debt-for-nature swap o scambi di debito per natura, dove parte del debito pubblico viene convertito in investimenti per la conservazione marina. Altre, invece, come i sustainability-linked bond, hanno obiettivi connessi alla sostenibilità dell’ecosistema marino e gli interessi pagati dipendono dal raggiungimento di target ambientali.
Tra gli esempi più noti, quello dell’Ecuador, che nel 2023 è riuscita a convertire 1,63 miliardi di dollari di debito sovrano con un’emissione obbligazionaria blu da 656 milioni di dollari, la metà dei quali destinati a proteggere le isole Galàpagos per i prossimi vent’anni. In altri casi, come per un’emissione da parte di Belize da 364 milioni di dollari, la struttura convertibile, pur avendo contribuito a salvare il debito del Paese, ha suscitato critiche per sospetto bluewashing data la complessità dell’accordo, che avrebbe oscurato l’effettivo impatto ambientale, con solo una parte dei fondi destinata direttamente a progetti di conservazione.
Buoni propositi, ma poche azioni
La terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani, che si è svolta a Nizza lo scorso giugno, ha rappresentato un momento cruciale per il dibattito pubblico sul futuro dei mari. Sono emerse all’incontro sfide concrete per finanziare gli oceani, proteggere gli ecosistemi e trasformare l’idea di blue economy in un progetto realmente esecutivo. Del resto, i mari restano sotto pressione, tra riscaldamento, acidificazione, perdita di biodiversità, plastica e pesca predatoria, tutti fenomeni tristemente ormai ben noti.
La conferenza di Nizza aveva un obiettivo ambizioso: elaborare un piano d’azione per gli oceani, mobilitando tutti gli attori coinvolti (ossia governi, scienziati, imprese, società civile) e tradurre l’emergenza in azioni concrete. Secondo alcuni osservatori il risultato è stato, però, un compromesso con molti limiti. Nonostante l’adozione di una dichiarazione condivisa e una serie di impegni volontari, alcune delle questioni più spinose restano in sospeso. Tra tutte, la regolamentazione dell’alto mare. Un tema caldo, sottolineato tra l’altro anche da scienziati di alto profilo di recente sulla rivista Nature, visto che le acque internazionali coprono oltre il 60% degli oceani e sono particolarmente vulnerabili da attività umane quali l’estrazione mineraria e la pesca industriale: solo una svolta diplomatica e normativa, secondo gli scienziati, sarebbe in grado di proteggerle, non solo per la biodiversità, ma anche per la stabilità climatica degli oceani.
Non sono mancate novità rilevanti, come il Patto europeo per l’oceano, un’iniziativa che prevede investimenti per un miliardo di euro destinati alla ricerca, alla conservazione marina, alla pesca sostenibile ma anche al turismo costiero. Alcuni Paesi Ue inoltre hanno preso ulteriori impegni concreti negli scorsi mesi: la Germania ha annunciato 100 milioni di euro di investimenti per rimuovere residuati bellici dal Baltico e dal Mare del Nord; la Spagna intende invece creare sei nuove aree marine protette per arrivare a proteggere il 25% dei suoi mari. Tra le iniziative più recenti a tutela delle acque avviate dall’Italia, la legge Salva mare del 2022, che ha rimosso ostacoli normativi per pescatori e associazioni che recuperano rifiuti dal mare: la sua piena efficacia tuttavia dipende dall’implementazione dei decreti attuativi – che nel corso del 2025, a tre anni dall’entrata in vigore, non erano ancora stati completati – oltre che dalla disponibilità di infrastrutture adeguate nei porti.

Un mercato di nicchia
Nonostante alcune emissioni celebri, il volume dei blue bond resta comunque limitato e le criticità non mancano rispetto a strumenti analoghi. Oggi è ancora un mercato allo stadio embrionale rispetto ad altri. Un recente report di Intesa Sanpaolo ha contato 36 miliardi di dollari in obbligazioni blu circolanti, di cui 3 miliardi emesse da enti governativi. Per fare un paragone, il mercato dei green bond è stimato in 3.000 miliardi di dollari dal London Stock Exchange, il Gruppo finanziario che gestisce la Borsa di Londra.
Secondo un’analisi dell’Observer Research Foundation Middle East, un think tank con sede a Dubai che annovera tra i suoi partner multinazionali americane ed europee, fondi hedge ed enti pubblici emiratini, il mercato dei blue bond potrebbe raddoppiare le proprie dimensioni nei prossimi cinque anni fino a raggiungere i 70 miliardi di dollari nel 2030, una cifra importante ma ancora ben lontana dalle dimensioni del mercato dei green bond.
Non mancano gli ostacoli a una loro più ampia diffusione, come la scarsa liquidità e la riduzione dei rischi, con garanzie e strutture flessibili per attirare i grandi fondi pensione dei Paesi sviluppati. È necessario, inoltre, un quadro normativo chiaro e standard condivisi, per definire criteri di trasparenza su come usare le risorse e verificare l’impatto degli investimenti. Per emergere davvero la finanza in blu necessita insomma di uno sforzo coordinato di istituzioni multilaterali, normative chiare, trasparenza e verifiche sull’effettivo impatto ambientale e sociale dei progetti finanziati. Altrimenti è destinata a restare un mercato di nicchia.
Obbligazioni, investitori sempre più influenti
Il reddito fisso a impatto sociale non è più un settore di nicchia, ma sta diventando una frontiera per l’innovazione e l’addizionalità nei mercati creditizi globali. Con la maturazione dell’universo delle obbligazioni “etichettate”, l’influenza degli investitori si sta spostando dalla partecipazione passiva all’origination attiva.
«La crescente diffusione di etichette tematiche, tra cui le obbligazioni Blue, Outcome e Amazonia, è il segnale di un’evoluzione strutturale: gli emittenti invitano gli investitori a partecipare alla fase di progettazione, non solo al libro degli ordini», spiega Matt Lawton, Head of Impact Fixed Income di T. Rowe Price, colosso americano dell’asset management che gestisce masse per circa 1.790 miliardi di dollari (dati ottobre 2025), la maggior parte dei quali relativi a investimenti per la previdenza.
La collaborazione tra investitori ed emittenti trasforma il capitale da fonte di finanziamento a forza trainante, consentendo il sostegno mirato di specifici Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Sdg). Nel caso delle obbligazioni Blue, significa mobilitare capitali a favore della gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie (Sdg 6) e della protezione degli ecosistemi marini e costieri (Sdg 14), attraverso progetti concreti quali la conservazione marina, l’adattamento climatico costiero e le infrastrutture necessarie per rendere l’acqua potabile e gestire le acque reflue.
Tuttavia, questa transizione comporta alcune tensioni. «L’aumento dei costi legati alla volatilità climatica sta trasformando il rischio legato alle condizioni fisiche e naturali in un fattore determinante per l’affidabilità creditizia, causando una dispersione tra emittenti e settori. Sebbene gli standard del mercato obbligazionario siano migliorati, gli investitori dovrebbero continuare a diffidare delle obbligazioni greenwashed, in particolare quelle destinate al rifinanziamento e che quindi offrono scarsa addizionalità», aggiunge Lawton.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di aprile 2026, scarica il numero o abbonati qui
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