La Groenlandia non è in vendita, ma l’idea di comprarla torna ciclicamente nei pensieri degli Stati Uniti. L’ultima volta era il 2019, quando Donald Trump, durante il suo primo mandato, parlò esplicitamente dell’acquisto dell’isola artica. L’allora premier danese Mette Frederiksen definì la proposta “assurda”.
Oggi, a sei anni di distanza, l’ex presidente Usa rilancia. E cambia approccio: non più un acquisto diretto, ma – come riportato anche in un articolo pubblicato il 7 gennaio da La Stampa, un possibile Compact of Free Association (Cofa), un trattato di associazione simile a quello già in vigore con alcuni piccoli Stati del Pacifico.
Perché la Groenlandia non può essere venduta
Dal punto di vista del diritto internazionale, l’ipotesi appare infondata. In un articolo pubblicato oggi sempre dal quotidiano torinese, l’esperta di governance internazionale Ekaterina Antsygina ha spiegato che «la Groenlandia non è uno Stato sovrano, ma parte del Regno di Danimarca».
La sovranità danese è saldamente riconosciuta e continuamente esercitata. Dal 1979 l’isola gode dell’Home Rule, dal 2009 del Self-Government, con riconoscimento formale del diritto all’autodeterminazione. Nessuno, però, può negoziare un trattato internazionale con Nuuk escludendo Copenhagen, perché non esiste alcuna base legale che lo consenta.
Descrivere la Groenlandia come una “colonia danese” – definizione usata da Stephen Miller, ex consigliere di Trump – è quindi «giuridicamente scorretto e politicamente fuorviante».
Cosa prevede il trattato proposto dagli Usa
Il Cofa – Compact of Free Association – è un modello usato dagli Usa con Micronesia, Isole Marshall e Palau. Il Paese partner ottiene piena autonomia interna, mentre gli Stati Uniti si assumono la responsabilità di difesa e politica estera, ottenendo in cambio accesso strategico al territorio.
Ma la Groenlandia non è uno Stato sovrano, non può firmare trattati internazionali come il Cofa senza l’approvazione della Danimarca. Dunque, l’idea americana è giuridicamente irrealizzabile.
Comprare un territorio: si può ancora?
Secondo Geraldine Giraudeau, professoressa di diritto internazionale citata da La Stampa, il diritto internazionale non vieta in assoluto l’acquisto di territori, ma richiede il consenso di tutte le parti coinvolte. In passato è successo: Louisiana (1803) e Alaska (1867). Ma oggi una simile operazione, oltre a essere politicamente impensabile, dovrebbe avere l’ok sia della Danimarca che della Groenlandia – che a oggi non c’è.
Quanto vale la Groenlandia?
Secondo un articolo pubblicato oggi da Il Sole 24 Ore, l’isola possiede risorse minerarie per 4.400 miliardi di dollari, di cui 1.700 miliardi in petrolio e gas.
Il valore stimato complessivo del territorio potrebbe superare i 7.000 miliardi, applicando un parametro geostrategico basato sulla superficie. Sarebbe pari al 9% del Pil americano.
Con 56 mila abitanti, la cessione renderebbe ogni groenlandese teoricamente multimilionario: oltre 125 milioni di dollari a testa.
Strategica sì, vendibile no
Gli Stati Uniti hanno già una presenza militare sull’isola, con la Pituffik Space Base, utile per l’allerta precoce missilistica e il controllo spaziale. Ma la vera posta è geopolitica.
Come spiegato da Justina Budginaite-Froehly al La Stampa, la Groenlandia si trova lungo il Giuk Gap, corridoio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, da cui transitano i sottomarini russi e cinesi diretti nell’Atlantico.
«La legalità, da sola, non crea sicurezza», avverte la studiosa. Il vero rischio non è la cessione formale, ma una progressiva pressione geopolitica. E l’Europa, più che limitarsi a protestare, dovrebbe rafforzare la propria presenza strategica nell’Artico. Perché, conclude, «la Groenlandia non è in vendita, ma non dovrebbe nemmeno essere lasciata esposta».
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