Usa, retromarcia di Trump: stop ai dazi sul cibo

L’inflazione alimentare colpisce il carrello degli americani: la Casa Bianca azzera le tariffe su carne, caffè, frutta tropicale e fertilizzanti

Usa, retromarcia di Trump: stop ai dazi sul cibo© Photo by Roberto Schmidt/Getty Images

I dazi sul cibo imposti da Trump si sono rivelati un peso non da poco per le famiglie americane, facendo schizzare in alto i prezzi e infiammando il malcontento. Negli Stati Uniti, il costo della carne bovina è aumentato del 14,7%, colpendo uno dei simboli della cultura gastronomica a stelle e strisce: l’hamburger. Le banane, frutto fresco amatissimo, hanno visto un rincaro del 6,9% da settembre, mentre il caffè in polvere ha registrato un’impennata del 18,9%, con aumenti evidenti dall’estate.

Il risultato? Un effetto boomerang politico e sociale dei dazi introdotti da Trump, che ora è costretto a fare marcia indietro. L’inflazione alimentare preoccupa la Casa Bianca, che ha deciso di eliminare i dazi su circa 200 beni. La lista comprende carne, tè, caffè, cacao, frutta tropicale, succhi, spezie, pomodori, arance, banane e fertilizzanti, molti dei quali non vengono prodotti in quantità sufficienti negli Usa.

Pressioni interne e retromarcia strategica

La decisione è formalizzata con un ordine esecutivo firmato dallo stesso presidente Trump, che ha riconosciuto, pur con qualche reticenza, che “in alcuni casi i dazi possono far salire i prezzi”. Ma ha provato a ridimensionarne l’impatto sostenendo che siano stati “assorbiti da altri Paesi”.

In realtà, come sottolineano anche le associazioni del settore come la Food Industry Association, le tariffe doganali hanno pesato in modo sostanziale sul carrello della spesa, contribuendo a creare un mix esplosivo in una fase già delicata per la catena di approvvigionamento.

La politica del carrello

Il caso simbolo è proprio quello delle banane. Il frutto, quasi interamente importato (il 41% dal Guatemala), non può essere stoccato a lungo, rendendo impossibile per i distributori fare scorte prima dell’introduzione dei dazi. Le coltivazioni interne, limitate a Hawaii e Florida, non sono in grado di sopperire alla domanda. Il risultato è stato un aumento vertiginoso dei prezzi e un crescente malcontento popolare.

Questo malcontento ha trovato espressione anche alle urne: le ultime elezioni locali hanno consegnato stati chiave come New Jersey e Virginia alle candidate democratiche, grazie anche alla mobilitazione dell’elettorato preoccupato per il carovita.

Dazi in ritirata ma non archiviati

La Casa Bianca ha spiegato che la retromarcia è anche il frutto degli accordi commerciali siglati con partner come Ecuador, Guatemala, El Salvador e Argentina, che hanno aperto nuovi sbocchi per le esportazioni agricole americane. Alla luce di questi progressi, molti dazi non sono più ritenuti necessari.

Tuttavia, Trump non sembra intenzionato a fare ulteriori concessioni: “Non penso che sarà necessario”, ha dichiarato, tentando di mettere un punto alla lunga parabola dei dazi. Ma la retromarcia su larga scala è ormai un marchio di fabbrica del presidente, dopo numerosi dietrofront su temi economici.

Mentre negli Usa si tagliano dazi per contenere i prezzi, l’Italia resta esclusa dai benefici. Come nota Coldiretti, nessuna produzione tipica italiana è coinvolta nella revisione. Unica voce positiva è quella di Cristina Scocchia, a.d. di Illycaffè, che ha definito l’iniziativa “un segnale distensivo” e conferma la strategia di produzione in loco negli Stati Uniti.

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