L’intelligenza artificiale sta entrando in una nuova fase, caratterizzata non solo dall’innovazione tecnologica ma anche da una crescente competizione geopolitica. Secondo lo studio The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World del Bcg Institute, Usa e Cina stanno sviluppando due ecosistemi di AI distinti e progressivamente incompatibili, costringendo aziende e Governi a ripensare le proprie strategie tecnologiche.
Il divario emerge innanzitutto sul fronte degli investimenti. Dal 2023 le startup statunitensi hanno raccolto circa 380 miliardi di dollari di capitale di rischio legato all’intelligenza artificiale, contro i 39 miliardi delle concorrenti cinesi. Parallelamente, nel 2025 le prime venti aziende tecnologiche americane hanno investito oltre 400 miliardi di dollari in data center, chip e capacità di calcolo, cifra destinata a superare gli 800 miliardi nel 2026.
I piani di Pechino
La Cina, tuttavia, segue una strategia differente dagli Stati Uniti sul fronte AI. Piuttosto che competere sulla quantità di capitale, punta su modelli efficienti e a basso costo. Un esempio è Kimi K2.6 di Moonshot, il cui costo di utilizzo è pari a 1,71 dollari per milione di token, contro gli 11,25 dollari di Gpt-5.5. Questa politica mira ad accelerare la diffusione dell’AI nell’economia reale, favorendone l’adozione da parte di imprese e cittadini.
Pechino continua, inoltre, a rafforzare la propria autonomia tecnologica. Il Governo ha imposto ai data center pubblici l’impiego esclusivo di chip nazionali, sostenendo lo sviluppo di alternative ai semiconduttori occidentali. La Cina mantiene anche una posizione di leadership nella produzione scientifica e nel numero di brevetti legati all’intelligenza artificiale, confermando una strategia orientata al lungo periodo.
Le conseguenze e il ruolo dell’Ue
Secondo il Bcg Institute, questa biforcazione avrà conseguenze dirette sulle multinazionali. Le imprese potrebbero essere costrette a gestire due infrastrutture digitali separate, una destinata al mercato cinese e una a quello statunitense, con inevitabili costi aggiuntivi e una riduzione delle economie di scala.
L’Europa, invece, rischia di restare ai margini della competizione. Pur disponendo di competenze scientifiche di alto livello e di un buon patrimonio di brevetti, il continente fatica a trasformare la ricerca in campioni industriali. Il principale laboratorio europeo, Mistral, presenta infatti una dimensione ancora molto inferiore rispetto ai leader americani e i suoi modelli risultano indietro rispetto alla frontiera tecnologica.
Lo studio conclude che i prossimi 12-24 mesi saranno decisivi. Le aziende dovranno costruire infrastrutture AI più flessibili, capaci di cambiare fornitore e ridurre la dipendenza da un unico ecosistema tecnologico. In un mercato sempre più influenzato dalla geopolitica, la scelta della piattaforma di intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto una decisione tecnica o economica, ma un vero fattore strategico destinato a incidere sulla competitività futura.
© Riproduzione riservataSovranità digitale, l’Europa cerca l’addio alle Big Tech Usa

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