Se non fossero autonome, i mercati non le ascolterebbero. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato dalle principali banche centrali del mondo dopo l’ultimo, durissimo scontro tra il presidente Usa, Donald Trump, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Un conflitto che ha assunto toni senza precedenti, con il rischio concreto di minare l’indipendenza della banca centrale più potente del pianeta.
Le accuse di Trump. Le origini dello scontro
Le origini dello scontro affondano in mesi di tensioni crescenti. Trump ha sempre criticato la gestione della politica monetaria della Fed, accusando Powell di essere troppo lento nel tagliare i tassi e quindi di ostacolare la ripresa.
A fine 2025, la Casa Bianca ha fatto un passo ulteriore, aprendo un’inchiesta penale contro il presidente della Fed. L’accusa formale è di aver mentito al Congresso in merito ai costi di una ristrutturazione immobiliare della sede centrale dell’istituto a Washington, un progetto da 2,5 miliardi di dollari. Un’accusa che Powell ha definito un pretesto, parlando di «minacce» e di «continue pressioni» da parte dell’amministrazione Trump.
Una reazione globale a difesa della Fed
L’affondo ha avuto un effetto boomerang. La risposta è arrivata compatta non solo dagli ambienti economici americani, ma anche dalla comunità finanziaria internazionale. Undici banche centrali, tra cui Bce, Bank of England, Bank of Canada, e Banco Central do Brasil, hanno firmato una dichiarazione di solidarietà alla Fed. Nel documento si legge che l’indipendenza delle banche centrali è «un pilastro della stabilità dei prezzi, della finanza e della stabilità economica, nell’interesse dei cittadini».
Il caso ha avuto anche effetti interni negli Usa. Come riportato oggi dal quotidiano la Repubblica, diversi esponenti del Partito Repubblicano si sono dissociati dalla linea di Trump. Anche il segretario al Tesoro Bessent avrebbe tentato di fermare l’escalation, invano. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha auspicato una rapida soluzione della vicenda.
Nel mondo finanziario il Ceo di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha criticato pubblicamente la Casa Bianca: «Corrodere la Fed non è mai una buona idea». Anche Robin Vince (Bank of New York Mellon) e Jeremy Barnum (JP Morgan) hanno messo in guardia dagli effetti negativi di un’indipendenza compromessa: inflazione, rendimenti in salita e danni alla stabilità economica globale.
Un futuro incerto per la banca centrale americana
Come si evidenzia anche oggi sul Sole 24 Ore, Powell è da tempo nel mirino di Trump per non aver seguito le indicazioni politiche della Casa Bianca in materia di tassi. L’attacco più recente è arrivato sui social, dove il presidente lo ha accusato di essere “troppo lento” nell’agire di fronte a un’inflazione annua stabile al 2,7%. Ma se gli analisti leggono quel dato come conferma che la Fed non toccherà i tassi a breve, Trump lo usa per invocare tagli immediati, mostrando una volta di più la distanza tra la sua visione politica e quella dell’autorità monetaria indipendente.
Il futuro della Fed è ora incerto. Powell ha annunciato di voler restare nel board della banca fino al 2028, anche dopo la scadenza della sua presidenza prevista a maggio. Una mossa che potrebbe impedire a Trump di sostituirlo con un alleato, se dovesse vincere le elezioni. Dietro questa scelta, un messaggio chiaro: la difesa dell’indipendenza della Fed è una battaglia che vale la pena combattere.
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Da sinistra, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ritratti insieme lo scorso luglio© Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)




