Il problema del vino italiano non è più soltanto vendere di meno. È avere troppo prodotto fermo mentre la domanda cambia, in Italia e all’estero. La fotografia emersa lo scorso 8 luglio dall’assemblea di Unione italiana vini (Uiv) è netta: a maggio gli stock tra vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, il 7,3% in più rispetto a maggio 2025. È l’equivalente di un’intera vendemmia bloccata, nonostante tre raccolti leggeri tra il 2023 e il 2025.
Il nodo è strutturale. La vendemmia 2025 si è fermata a 44,4 milioni di ettolitri, ma per Lamberto Frescobaldi anche una produzione da 44 milioni oggi “non è più sostenibile”. Il presidente Uiv ha chiesto “scelte coraggiose”, perché l’immobilismo sta comprimendo valore e redditività lungo la filiera. Il comparto vale l’1,1% del Pil italiano e contribuisce al saldo commerciale per 7,2 miliardi di euro.
Il nodo delle giacenze
La pressione si vede nei prezzi del vino sfuso, termometro del mercato. Nei primi cinque mesi dell’anno i Dop hanno perso il 6%, gli Igp oltre il 7% e i vini comuni il 14,4%, scendendo a una media di 54 centesimi al litro. Per smaltire prodotto, molte cantine spostano il vino verso categorie più facili da collocare, abbassando però il valore complessivo.
Nel 2025 il volume di Dop e Igp oggetto di cambio di tipologia è stato pari a 6,6 milioni di ettolitri, il 20% del potenziale rivendicato in vendemmia; di questi, 4,9 milioni sono finiti direttamente nella categoria del vino comune. Il risultato è un segmento di base che aumenta la propria massa del 44%, aggravando la caduta delle quotazioni.
La perdita economica è già quantificata. Secondo l’Osservatorio Uiv, ogni cambio di registro porta con sé una decurtazione: 364 milioni di euro per i Dop, pari al 10%, e 152 milioni per gli Igp, pari al 14%. In totale sono 516 milioni di euro in meno, l’11% del valore iniziale. Per Paolo Castelletti, segretario generale Uiv, “una bottiglia su cinque viene declassata” e il rischio è un “effetto valanga” sui prezzi.
Export e Stati Uniti, il secondo fronte
Il mercato estero non compensa più gli squilibri interni. Nel primo trimestre 2026 l’export di vino italiano ha segnato -4% a volume e -8,3% a valore. La frenata pesa soprattutto nei Paesi terzi, con gli Stati Uniti al centro della crisi: nel primo quadrimestre le vendite oltre Atlantico sono calate del 15,4% a valore, dopo il -9,2% dell’anno precedente. Tra aprile 2025 e marzo 2026, ha ricordato Castelletti, la flessione verso gli Usa è stata del 17%, con un gap tendenziale di circa 340 milioni di euro.
I dazi, la svalutazione del dollaro e il calo strutturale dei consumi americani si sommano. L’America non è più la stessa: Federico Petroni, coordinatore America di Limes, parla di un cambiamento generazionale, etnico e geografico. La risposta indicata dall’assemblea Uiv è il de-risking: ridurre la dipendenza dai rischi geopolitici, commerciali e regolatori.
In questo quadro l’Europa diventa il porto più sicuro, ma non ancora il più semplice. Le esportazioni di vino italiano nell’Ue sono cresciute del 31% negli ultimi sei anni, il doppio della media extra-Ue. Tuttavia il mercato unico resta frammentato da barriere tecniche e regole non armonizzate. Per Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professor of Strategy alla Sda Bocconi School of Management, la “non-Europa” costa all’agroalimentare 57 miliardi di euro.
La via d’uscita passa da una produzione programmata sulla domanda, da una governance più forte delle riclassificazioni e da mercati meno concentrati. Uiv indica anche il blocco temporaneo delle nuove autorizzazioni all’impianto, la riduzione delle rese e più poteri ai Consorzi.
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