Sud Italia, sarà la svolta buona?

Una nuova geografia economica prende forma tra innovazione, investimenti e capitale umano, con alcune aree meridionali che via via emergono come poli dinamici nei settori tecnologici e industriali. Tra opportunità e fragilità strutturali, il cambiamento in atto ridisegna equilibri storici, anche se apre interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo. Occhi puntati in particolare su Napoli, Bari, Catania e Taranto

Sud Italia, sarà la svolta buona?© Getty Images

Per decenni l’economia italiana è stata raccontata con uno schema quasi fisso: il Nord produce, il Sud insegue. E spesso perde terreno. Oggi quel paradigma non è saltato, ma ha iniziato a incrinarsi. Perché dentro la geografia economica del Paese si stanno muovendo forze nuove che raccontano un Mezzogiorno meno marginale e, in alcuni casi, più dinamico di quanto suggerisca il vecchio cliché.

A certificarlo non sono soltanto impressioni o singole storie imprenditoriali, ma anche i numeri. Secondo la Banca d’Italia, nel 2023 l’attività economica è cresciuta nel Sud e nelle Isole più che nel resto del Paese. Per l’istituto di via Nazionale, tra il 2019 e il 2023 il Pil del Mezzogiorno è aumentato del 6,7%, con una crescita di circa due punti e mezzo superiore a quella del resto d’Italia. Un’inversione di tendenza significativa, soprattutto se si considera che nel quinquennio precedente, tra il 2014 e il 2019, il Sud era cresciuto molto meno del Centro-Nord (+2,7% contro +5,8%).

Tra Pil e lavoro, il riscatto del Sud Italia

Il quadro è ancora più netto nelle stime di Svimez: nel 2023 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto dell’1,3%, contro il +1% del Nord-Ovest, il +0,9% del Nord-Est e appena il +0,4% del Centro. Nel 2024, sempre secondo Svimez, il Sud ha continuato a crescere più del Centro-Nord (+0,9% contro +0,7%), anche se con un vantaggio meno ampio rispetto all’anno precedente. Tradotto: non siamo davanti a un sorpasso strutturale, ma a una fase in cui il Sud corre, mentre una parte del Centro e del Nord rallenta.

La novità più rilevante, però, è nel mercato del lavoro. Bankitalia osserva che la ripresa meridionale è stata trainata soprattutto dall’espansione dell’occupazione: tra il 2019 e il 2024 gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati del 5,8%, contro il 2,8% del Centro-Nord. In altri termini, il Sud ha ricominciato a crescere non solo per effetto dei trasferimenti o dei bonus, ma anche perché in alcune aree si è tornato a creare lavoro. Ancora più interessante è il dato sul reddito per abitante: tra il 2019 e il 2023 il Pil pro capite del Mezzogiorno è cresciuto del 9% in termini reali, quasi il doppio rispetto al Centro-Nord. Segno che il recupero non è stato soltanto nominale, ma ha avuto un effetto tangibile sulla dinamica economica dell’area.

I poli produttivi di Napoli, Bari, Catania e Taranto

Il punto è che questa accelerazione non nasce soltanto da un rimbalzo statistico o da una stagione favorevole del turismo. In alcune aree del Mezzogiorno – soprattutto Napoli, Bari, Catania e, in misura più selettiva, Taranto – stanno emergendo veri e propri poli produttivi che mettono insieme università, centri di ricerca, multinazionali, startup e capitale umano qualificato. Non è il “miracolo del Sud”, formula spesso abusata. È qualcosa di più realistico: la nascita di isole di sviluppo ad alta intensità di conoscenza in un contesto che resta ancora diseguale e fragile.

Il cambio di passo riguarda soprattutto la composizione della crescita. Se per decenni i grandi distretti italiani erano concentrati nel Centro-Nord e legati a meccanica, manifattura tradizionale e automotive, oggi il Mezzogiorno si sta ritagliando spazi in filiere più avanzate: digitale, aerospazio, semiconduttori, farmaceutica, energia e rinnovabili. Questa trasformazione si spiega anche con il nuovo contesto globale. L’epoca della globalizzazione “senza attriti”, in cui produrre lontano sembrava sempre conveniente, si è incrinata sotto il peso di tensioni geopolitiche, costi energetici, reshoring e ricerca di prossimità.

In questo scenario, alcune città del Sud offrono oggi una combinazione che per molte imprese è diventata improvvisamente competitiva: costi del lavoro e della vita più bassi, disponibilità crescente di competenze qualificate, minore congestione urbana e una qualità della vita che può attrarre professionisti e team ad alta intensità tecnologica.

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Il ruolo degli atenei

È qui che si inserisce il tema del capitale umano. Le università meridionali stanno alimentando un bacino di ingegneri, sviluppatori, matematici, data analyst e tecnici specializzati che in passato prendevano quasi automaticamente la via di Milano, Bologna o dell’estero. Oggi una parte di questo talento comincia almeno in parte a essere trattenuta o richiamata. Il fenomeno è ancora limitato, ma ha un valore simbolico ed economico enorme: se il Sud smette di essere solo esportatore di giovani laureati, può finalmente iniziare a costruire catene del valore più robuste.

Bankitalia segnala che tra il 2014 e il 2022 non a caso nel Mezzogiorno è stata particolarmente forte l’espansione dei servizi di informazione e comunicazione e delle attività professionali. Nel 2022 Napoli, Bari e Catania da sole concentravano il 42% degli addetti Ict del Sud: una fotografia che racconta la nascita di veri poli urbani dell’economia della conoscenza.

Un caso emblematico è Taranto. Per anni il suo nome è stato sinonimo di monocultura industriale e crisi dell’acciaio. Ora, pur senza cancellare quella ferita, la città sta provando a sperimentare una seconda traiettoria: innovazione, startup, nuove competenze, lavoro remoto, investimenti più leggeri ma più scalabili. La logica è semplice: per una giovane impresa tecnologica, fare sviluppo software o ricerca applicata a Taranto, Bari o Napoli può costare molto meno che farlo a Milano, senza necessariamente sacrificare qualità del capitale umano. A rendere più credibile questo scenario hanno contribuito anche alcuni miglioramenti infrastrutturali, soprattutto sul fronte digitale.

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La crescita delle infastrutture

La diffusione della banda larga e il rafforzamento delle connessioni hanno ridotto un gap storico che per anni aveva frenato l’attrattività di molte aree meridionali. Non basta, naturalmente. Ma per un’economia dove una quota crescente di valore si genera in remoto, il fattore geografico pesa oggi in modo diverso rispetto al passato. I numeri del lavoro iniziano a riflettere questo movimento. Come rilevato anche da Bankitalia, secondo Svimez, nel 2023 gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati del 2,6%, contro una media nazionale del +1,8%. È un elemento importante, perché racconta non solo crescita “contabile”, ma anche un certo irrobustimento del tessuto produttivo. In parallelo, cresce il peso dell’export. Sempre Svimez stima che nel 2023, al netto dell’energia, le esportazioni di merci del Sud siano aumentate del 14,2%, un dato molto più vivace della sostanziale stagnazione registrata nel Centro-Nord.

Dentro questa dinamica spiccano alcuni casi industriali molto concreti. La Sicilia orientale, per esempio, è uno degli snodi europei più rilevanti nella filiera dei semiconduttori. Nello stesso quadrante si stanno concentrando anche investimenti nelle rinnovabili e nella manifattura avanzata legata all’energia. In altre regioni, invece, si rafforzano filiere ad alto valore aggiunto come la farmaceutica e alcuni segmenti dell’aerospazio. Non si tratta più soltanto del Sud del turismo e dell’agroalimentare: accanto a quei settori, si sta formando un Sud più industriale e più tecnologico.

La strada è ancora in salita

Questo non significa che il divario territoriale sia stato colmato. Anzi. Gran parte di questa crescita è stata spinta da un elemento che non può essere ignorato: la spesa pubblica. Svimez è molto chiara su questo punto. Nel 2023 gli investimenti in opere pubbliche nel Mezzogiorno sono cresciuti del 16,8%, contro il +7,2% del Centro-Nord; in valore sono passati da 8,7 a 13 miliardi di euro in un anno. Per l’associazione, circa mezzo punto percentuale della crescita del Pil meridionale del 2023 – quasi il 40% della crescita complessiva – è stato generato proprio dalla maggiore spesa in investimenti pubblici, compreso l’effetto del Pnrr. E per il triennio 2024-2026 il Pnrr vale al Sud circa 1,8 punti di Pil.

È il grande nodo della fase attuale: quanto di questo slancio è davvero strutturale e quanto dipende da una straordinaria iniezione di risorse pubbliche? La risposta, per ora, è mista. Senza Pnrr, incentivi e politica industriale, molti territori meridionali non avrebbero avuto la stessa velocità. Ma è anche vero che gli investimenti pubblici stanno agendo da catalizzatore su filiere e competenze che esistono davvero e che, in alcuni casi, possono consolidarsi oltre la stagione dei fondi straordinari. Anche strumenti come la Zes Unica del Mezzogiorno vanno letti in questa chiave: non come scorciatoia risolutiva, ma come tentativo di rendere più semplice, veloce e prevedibile l’investimento produttivo in un’area che storicamente ha sofferto burocrazia, frammentazione amministrativa e tempi lunghi.

La sfida, come sempre, sarà l’esecuzione. Resta poi il grande freno strutturale del Sud: la demografia. È qui che si gioca la partita decisiva. Perché puoi avere investimenti, incentivi e perfino nuovi poli tecnologici, ma se continui a perdere giovani, laureati e competenze, il motore rischia di girare a vuoto. Il Mezzogiorno continua a pagare un prezzo altissimo in termini di emigrazione interna ed estera, con un impoverimento della base produttiva e sociale che nessun bonus può compensare da solo.


Una piattaforma da valorizzare

Più che un semplice strumento di incentivazione, la Zes Unica del Mezzogiorno si presenta come un tentativo di ridisegnare il ruolo del Sud nell’economia italiana ed europea. Il Piano strategico la racconta non solo come una leva fiscale o amministrativa, ma come una vera infrastruttura di politica industriale: l’idea è trasformare il Mezzogiorno da area da sostenere a piattaforma produttiva, logistica ed energetica nel cuore del Mediterraneo.

Il punto di partenza è noto, ma i numeri continuano a essere impietosi. Nel Mezzogiorno vive circa un terzo della popolazione italiana, ma il Pil pro capite resta fermo a circa la metà di quello del Centro-Nord. È questo il divario che la Zes unica prova a colmare, puntando su attrazione degli investimenti, semplificazione burocratica e rafforzamento delle filiere industriali, spiega un rapporto di Teha Ambrosetti. La scommessa, in sostanza, è che il Sud possa smettere di essere percepito come una questione da amministrare e iniziare a essere considerato una piattaforma da valorizzare.

A cambiare lo scenario è soprattutto la geografia. Il Mediterraneo, tornato centrale nelle nuove catene del valore, è oggi molto più di una frontiera. Pur rappresentando appena l’1% dei mari del pianeta, concentra circa il 20% del traffico marittimo globale. In un contesto in cui le imprese cercano catene di fornitura più corte, sicure e regionali, il Mezzogiorno può giocare una partita nuova come cerniera naturale tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

Non meno decisiva è la dimensione energetica. Tre dei cinque principali punti di ingresso del gas naturale in Europa – Transmed, Tap e Greenstream – passano dal Sud Italia, e nel 2023 da queste direttrici è transitato il 51% del gas immesso nella rete nazionale. Anche per questo il Piano insiste sul ruolo del Mezzogiorno come hub non solo manifatturiero e logistico, ma anche energetico. La strategia individua nove filiere prioritarie – dall’agroindustria all’automotive, dalla farmaceutica all’aerospazio – e tre tecnologie trasversali: digitale, cleantech e biotech. Ma il vero banco di prova sarà un altro: trasformare la visione in esecuzione.


Questo articolo è stato pubblicato su Business People di maggio 2026, scarica il numero o abbonati qui

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