Per oltre vent’anni l’Europa ha costruito la propria infrastruttura digitale affidandosi quasi totalmente ai colossi tecnologici americani. Dalle e-mail ai cloud pubblici, dai sistemi operativi utilizzati nelle amministrazioni ai software di videoconferenza, fino ai database strategici: Microsoft, Amazon, Google, Apple e Meta sono diventati la spina dorsale invisibile della vita economica e istituzionale europea. Oggi però qualcosa sta cambiando. La nuova stagione geopolitica inaugurata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, insieme alla crescente tensione tra blocchi economici e tecnologici, ha trasformato quella che per anni è sembrata una scelta efficiente in un problema di sicurezza strategica.
La domanda che circola nelle cancellerie europee non è più se sia opportuno ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ma se l’Europa sia ancora in tempo per farlo. Il tema della “sovranità digitale” è diventato centrale nei governi europei. Bruxelles sta preparando un nuovo pacchetto legislativo per rafforzare l’autonomia tecnologica dell’Unione, mentre diversi Stati membri stanno già sperimentando percorsi autonomi, spesso molto radicali.
Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia stanno lavorando a infrastrutture digitali comuni, software open source e cloud europei per ridurre il peso delle Big Tech statunitensi. Ma il punto è che uscire dalla dipendenza americana è molto più difficile di quanto sembri.
La grande trappola tecnologica
Secondo uno studio del Parlamento europeo, Amazon, Microsoft e Google controllano circa il 70% del mercato cloud del Continente, mentre oltre l’80% della spesa software delle aziende Ue finisce a fornitori statunitensi. Non si tratta soltanto di strumenti di produttività o social network: gran parte delle amministrazioni pubbliche europee dipende quotidianamente da software americani per gestire sanità, sicurezza, giustizia, servizi sociali e comunicazioni interne. Il problema nasce da un vantaggio accumulato negli anni Novanta e Duemila. Le aziende statunitensi hanno beneficiato di un enorme mercato domestico unificato, capitali abbondanti e una capacità di innovazione che ha permesso loro di crescere rapidamente e conquistare il mondo.
L’Europa, al contrario, è rimasta frammentata in tanti mercati nazionali, incapace di creare giganti tecnologici comparabili. A consolidare il dominio americano è stato poi il cosiddetto lock-in: una volta che governi e imprese costruiscono l’intera infrastruttura attorno a un singolo fornitore, cambiare diventa costosissimo. Migrare dati, formare il personale, ricostruire sistemi informatici e garantire compatibilità può richiedere anni e miliardi di euro.
Per molto tempo nessuno in Europa ha considerato questo scenario un problema. I rapporti transatlantici erano solidi, le aziende americane apparivano affidabili e la globalizzazione sembrava irreversibile. Ma il clima politico è cambiato.

Secondo uno studio del Parlamento Ue, oltre l’80% della spesa software delle aziende europee finisce a fornitori statunitensi (Foto © Getty Images)
La paura del kill switch
A spaventare le cancellerie europee è soprattutto il rischio teorico di un “interruttore digitale”: la possibilità che Washington possa obbligare aziende statunitensi a sospendere servizi o limitare l’accesso a infrastrutture critiche. Il caso che ha fatto esplodere il dibattito riguarda la Corte penale internazionale. Dopo le sanzioni statunitensi contro il procuratore Karim Khan, Microsoft avrebbe sospeso il suo accesso ad alcuni servizi digitali. Episodi simili hanno coinvolto anche altri magistrati della Cpi. Non si tratta di un blackout generalizzato, ma di un precedente politico e giuridico che ha mostrato quanto il controllo dell’infrastruttura digitale possa diventare uno strumento geopolitico. Per molti governi europei il punto è chiaro: se la quasi totalità delle piattaforme strategiche dipende da aziende soggette al diritto statunitense, allora l’autonomia europea è limitata.
Tra i Paesi più attivi c’è la Francia. Parigi ha iniziato a limitare l’uso di strumenti americani come Zoom e Microsoft Teams nelle amministrazioni pubbliche e ha chiesto a tutti i ministeri di presentare entro l’autunno un piano nazionale di sovranità digitale. Il governo francese sta inoltre collaborando con Germania, Paesi Bassi e Italia allo sviluppo di “beni comuni digitali”: piattaforme condivise, infrastrutture cloud europee e software open source destinati a ridurre la dipendenza da operatori extraeuropei. La strategia francese non punta soltanto alla sicurezza nazionale, ma anche alla creazione di un ecosistema industriale europeo capace di competere con la Silicon Valley. Un obiettivo ambizioso, considerando che oggi nessuna azienda europea è in grado di sfidare davvero i giganti americani nel cloud o nell’intelligenza artificiale generativa.
Il laboratorio tedesco: addio Microsoft
L’esperimento più radicale è però quello dello Schleswig-Holstein, il Land più settentrionale della Germania. Dal 2024 l’amministrazione regionale ha avviato una migrazione massiccia dai software Microsoft verso soluzioni open source (vedi box in pagina). Prima è arrivato il passaggio da Microsoft Office a LibreOffice. Poi la migrazione di circa 40 mila account email da Outlook a OpenXchange. Entro la fine del 2026 partirà anche la sostituzione di Windows con Linux. Secondo il governo locale, il progetto ha già prodotto risparmi significativi sulle licenze software. Ma la transizione è stata tutt’altro che indolore. Magistrati, sindacati e dipendenti pubblici hanno denunciato problemi operativi, rallentamenti e incompatibilità tra sistemi. La lezione tedesca è evidente: la sovranità digitale ha un costo economico e organizzativo molto elevato.
Anche Amsterdam sta tentando di ridurre la propria dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, ma con maggiore gradualità. La capitale olandese ha avviato un piano decennale per trasferire progressivamente dati sensibili e servizi critici verso infrastrutture europee o nazionali. L’obiettivo intermedio prevede che entro il 2030 almeno il 30% dei servizi cloud utilizzati dal Comune provenga da operatori europei. Una strategia meno ideologica e più pragmatica rispetto a quella tedesca, costruita per evitare shock operativi. Dietro questa cautela c’è una consapevolezza precisa: uscire dall’ecosistema delle Big Tech significa affrontare investimenti multimilionari, rischi tecnici e inevitabili inefficienze iniziali.

© Getty Images
E l’Italia?
Anche l’Italia si sta muovendo, seppur con un approccio meno visibile rispetto a Francia e Germania. Oltre a partecipare ai progetti europei sui “beni comuni digitali”, Roma negli ultimi anni ha cercato di rafforzare il controllo nazionale sui dati strategici attraverso il Polo Strategico Nazionale, l’infrastruttura cloud destinata a ospitare i dati più sensibili della pubblica amministrazione. Il governo italiano ha inoltre sostenuto iniziative europee sul cloud sovrano e sulla cybersicurezza, mentre diverse amministrazioni stanno sperimentando soluzioni open source e piattaforme alternative per ridurre la dipendenza dai fornitori extraeuropei.
Tuttavia, il sistema italiano resta fortemente integrato con le tecnologie americane. Pubblica amministrazione, grandi imprese e sistema bancario continuano a basarsi in larga parte su software e infrastrutture statunitensi. Una transizione completa richiederebbe investimenti enormi, competenze oggi insufficienti e soprattutto una politica industriale europea coordinata.
Il vero nodo è che la sovranità digitale non si costruisce soltanto con norme e dichiarazioni politiche. Servono campioni industriali europei, capacità di innovazione e un mercato unico realmente integrato. Molti osservatori sottolineano che l’Europa rischia di inseguire gli Stati Uniti con anni di ritardo, soprattutto nell’intelligenza artificiale e nel cloud computing. E mentre Bruxelles prova a regolamentare le Big Tech, Washington continua a dominare le infrastrutture digitali globali.
Per questo il dibattito europeo appare attraversato da una contraddizione profonda: tutti vogliono ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, ma quasi nessuno può permettersi davvero di farne a meno. La sensazione è che l’Europa sia entrata in una nuova fase: non più quella della globalizzazione senza confini, ma quella della tecnologia come questione di potere geopolitico. E in questo scenario, la sovranità digitale rischia di diventare la nuova frontiera dell’autonomia europea.
I costi dell’emancipazione
Come accennato, uno dei casi più curiosi ed emblematici della nuova corsa europea alla sovranità digitale arriva dal nord della Germania, nello Schleswig-Holstein, un Land di appena 3 milioni di abitanti che ha deciso di fare ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: dire addio a Microsoft. Dal 2024 l’amministrazione locale ha avviato una migrazione massiccia verso software open source europei. Non è stata una scelta ideologica, almeno all’inizio. Il motivo principale era economico: i costi delle licenze Microsoft crescevano continuamente e la pubblica amministrazione si sentiva sempre più ostaggio di un unico fornitore.
Poi però è arrivata la geopolitica. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il timore che Washington possa usare il controllo tecnologico come leva politica, il progetto tedesco ha assunto un valore strategico. «La dipendenza digitale è diventata una questione di sicurezza», hanno spiegato i responsabili del Land. Il piano è radicale: entro il 2028 tutti i computer della pubblica amministrazione dovranno funzionare con Linux. Anche le email e le infrastrutture telefoniche saranno trasferite su piattaforme open source europee.
Il paradosso è che la transizione si sta rivelando molto più complicata del previsto. In alcuni tribunali i dipendenti hanno denunciato persino l’assenza di un correttore ortografico funzionante. Alcuni magistrati hanno parlato di aumento del carico di lavoro fino al 20%. Eppure, proprio questo piccolo laboratorio tedesco racconta meglio di qualsiasi discorso il dilemma europeo: emanciparsi tecnologicamente dagli Stati Uniti è possibile, ma significa accettare costi, inefficienze e anni di adattamento.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di luglio-agosto 2026, scarica il numero o abbonati qui
© Riproduzione riservata
© Getty Images




