Nel 2026 i Ceo italiani credono nella crescita economica, ma restano indietro nella trasformazione digitale. È quanto emerge dalla 29esima Ceo Survey di PwC, presentata al World Economic Forum di Davos. L’indagine, condotta su 4.454 amministratori delegati di 95 Paesi (tra cui 118 italiani), mostra un Paese fiducioso ma frenato da limiti culturali e organizzativi sull’adozione dell’intelligenza artificiale (AI).
Il 62% dei Ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi 12 mesi, in linea con il dato mondiale. Più tiepida la fiducia sull’economia nazionale (49%). Il 35% si dice molto fiducioso sulla crescita dei ricavi nel breve termine, oltre la media globale del 30%. E nel triennio l’ottimismo tocca il 53%. Le imprese italiane, del resto, hanno registrato un +10% di fatturato medio e un +8% sul margine netto.
Ma a preoccupare è la scarsa capacità di convertire gli investimenti tecnologici in profitti. A fronte di un’adozione sempre più diffusa dell’AI, solo il 12% dei Ceo a livello globale ne percepisce benefici sia sui costi che sul fatturato. In Italia, il quadro è ancora più critico: il 68% delle imprese non integra l’intelligenza artificiale nella strategia, e il 43% giudica insufficienti gli investimenti per raggiungere gli obiettivi.
Le competenze restano il principale ostacolo
La mancanza di competenze guida le criticità per il 46% dei Ceo italiani, seguita da difficoltà nel trasferire know-how (37%) e da dubbi sui ritorni economici (31%). Il 27% lamenta anche una cultura aziendale poco favorevole all’AI, quasi il triplo rispetto al 9% mondiale.
Il 63% delle aziende italiane, inoltre, utilizza strumenti di intelligenza artificiale senza un’adeguata base di dati e documenti interni, compromettendone l’efficacia. Solo il 34% ha definito regole per un’AI responsabile, contro il 22% globale. E due Ceo su cinque temono di non riuscire ad attrarre talenti tech.
La priorità per i Ceo italiani
La trasformazione digitale resta però una priorità per il 53% dei Ceo italiani, ben sopra la media mondiale (42%). L’evoluzione del management e la capacità innovativa sono altre leve chiave, citate rispettivamente dal 42% e 34% degli intervistati.
Nel frattempo, reinventarsi diventa una necessità. Il 50% delle aziende italiane ha già fatto il salto verso nuovi settori, contro il 42% globale. In almeno un caso su due, queste nuove attività generano oltre il 10% del fatturato. I Ceo puntano su servizi alle imprese, costruzioni e assicurazioni, mentre a livello globale domina la tecnologia.
Nonostante la spinta al cambiamento, solo un terzo delle imprese italiane si sente pronta a gestire una disruption. Il 51% ritiene che la propria performance sia inferiore alle aspettative, un dato che riflette le difficoltà strutturali del sistema produttivo. Tra gli ostacoli principali: burocrazia, attrazione di talenti e modelli organizzativi non ottimizzati.
I rischi
A livello di rischi, i Ceo italiani temono soprattutto cambiamento tecnologico e cybersecurity, più della volatilità macroeconomica e dei conflitti geopolitici. Solo il 13% si sente esposto a questi ultimi, contro il 23% mondiale.
“Il 2026 rappresenta un momento importante per l’AI”, osserva Andrea Toselli, presidente e a.d. di PwC Italia. “I risultati della PwC CEO Survey illustrano che, mentre alcune imprese sono già riuscite a tradurne l’uso in risultati misurabili, altre sono ancora in una fase di studio. Questo ritardo può incidere in maniera significativa sulla competitività. In un contesto di rapido cambiamento, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, é irrinunciabile investire in innovazione e, in particolare, nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese”.
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