Il prezzo del petrolio torna sopra la soglia dei 100 dollari al barile mentre l’escalation militare nel Golfo Persico scuote i mercati energetici globali e riporta al centro del dibattito il costo dei carburanti. La nuova fiammata delle quotazioni, legata alla guerra che coinvolge l’Iran, spinge anche il governo italiano a valutare interventi urgenti per limitare l’impatto su benzina e diesel.
A Palazzo Chigi si lavora a un possibile decreto legge sulle accise, con l’obiettivo di contenere i rincari alla pompa. La premier Giorgia Meloni ha chiesto ai ministri di accelerare e vorrebbe portare il provvedimento già nel prossimo Consiglio dei ministri, mentre i tecnici stanno valutando le misure più efficaci per evitare ulteriori aumenti per i consumatori. Secondo quanto ricostruisce oggi il quotidiano la Repubblica, l’ipotesi nasce dal fatto che il meccanismo delle accise mobili introdotto nel 2023 non riuscirebbe ad attivarsi abbastanza rapidamente nell’attuale contesto di rialzi improvvisi.
Negli ultimi giorni i prezzi alla pompa sono infatti saliti rapidamente. Un dossier interno segnala che rispetto al 27 febbraio 2026 il prezzo al distributore è aumentato di 9,2 centesimi al litro per la benzina self e di 18,9 centesimi per il gasolio. Proprio queste cifre potrebbero diventare il riferimento per un eventuale taglio temporaneo delle accise.
Petrolio sopra 100 dollari e mercati in allarme
La tensione sui carburanti è legata soprattutto alla situazione internazionale. Il greggio Brent e altri contratti petroliferi hanno superato la soglia dei 100 dollari, mentre alcuni future legati al Medio Oriente hanno già raggiunto valori superiori, come il greggio Murban di Abu Dhabi a 103 dollari o quello dell’Oman a 107 dollari al barile. Come raccontato dal quotidiano La Stampa, dall’inizio del conflitto i prezzi del petrolio sono cresciuti di circa il 30%, il balzo più forte degli ultimi sei anni.
Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas liquefatto mondiale. Le difficoltà nel traffico marittimo e gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno riducendo produzione e trasporti in diversi Paesi dell’area, dall’Iraq al Qatar, fino a Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il rischio di una crisi energetica globale
Le incognite restano elevate soprattutto se il conflitto dovesse prolungarsi. In Iraq, ad esempio, la produzione è crollata del 60% in sette giorni, passando da circa 4,3 milioni a 1,7-1,8 milioni di barili al giorno. Intanto Riyad sta cercando di compensare aumentando l’operatività dei terminali sul Mar Rosso.
Secondo diversi analisti, la durata della crisi sarà decisiva per l’andamento dei prezzi. Le infrastrutture alternative, come gli oleodotti, potrebbero trasportare al massimo 4 milioni di barili al giorno, molto meno dei 20 milioni che normalmente attraversano Hormuz.
Gli scenari più pessimisti non escludono un’ulteriore impennata delle quotazioni. Alcune stime ipotizzano che il greggio possa arrivare fino a 150 dollari al barile se la produzione dei Paesi del Golfo dovesse interrompersi.
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