La rottura tra Leonardo Maria Del Vecchio e Francesco Milleri passa da Delfin, più che da Ray-Ban. Le dimissioni dagli incarichi operativi in EssilorLuxottica chiudono quattro anni di collaborazione, ma il nodo è nella holding lussemburghese della famiglia, dove il tentativo dell’erede di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola si è fermato davanti al no del consiglio alle garanzie chieste dalle banche.
Milleri, secondo le ricostruzioni disponibili, aveva sostenuto l’operazione. Il voto contrario della maggioranza del board ha però segnato il limite dell’asse tra il capo di Essilux e il socio più esposto nella partita della successione. Da qui la scelta di lasciare i ruoli in azienda e di restare nella partita da azionista, attraverso il 12,5% detenuto in Delfin.
Il voto che ha incrinato l’asse Del Vecchio-Milleri
Il passaggio decisivo è il progetto con cui Leonardo Maria Del Vecchio aveva provato a comprare il 25% di Delfin dai fratelli Luca e Paola, titolari del 12,5% ciascuno, per salire al 37,5% della holding. L’operazione avrebbe richiesto un finanziamento bancario nell’ordine dei 10-11 miliardi di euro e puntava a dare una soluzione agli azionisti intenzionati a disimpegnarsi dalla cassaforte. Secondo quanto riportato oggi dal Corriere della Sera, il progetto era nato dall’impossibilità di trovare un accordo in famiglia e avrebbe dovuto rendere più fluida la governance. Le banche, però, hanno chiesto garanzie che il Consiglio di Delfin non ha autorizzato. In una riunione di giugno, la proposta è stata respinta da quattro consiglieri su sei; a favore si sono espressi Milleri e il notaio Mario Notari.
Il manager scelto da Leonardo Del Vecchio per guidare EssilorLuxottica e presidiare Delfin si è trovato in minoranza proprio sull’operazione più importante per Leonardo Maria. In quel passaggio si è consumata la distanza tra il rapporto personale costruito negli ultimi anni e la realtà dei rapporti di forza dentro la holding. Nella lettera di dimissioni Del Vecchio jr ha parlato di una gestione “distante” e “impersonale”, richiamando la Luxottica del padre e chiedendo di riportare le persone al centro. Sono parole rivolte all’azienda, ma arrivano mentre il dossier decisivo si gioca nella holding che gestisce le quote di maggioranza di Essilorluxottica.
Delfin resta il dossier centrale
Delfin, infatti, controlla circa il 32,4% di EssilorLuxottica e detiene partecipazioni rilevanti in Mps, Generali, UniCredit e Covivio. Lo stallo della holding, quindi, non riguarda soltanto l’eredità del fondatore. Tocca un perno finanziario che incrocia alcune delle principali partite del mercato italiano. Il Il Sole 24 Ore di oggi collega la decisione di Lmdv alle tensioni accumulate dopo il tentativo di scalata di Delfin, bloccato dal Consiglio per le criticità sulle garanzie a copertura del debito. Fonti vicine a Lmdv Capital parlano di “pulizia della governance”: da manager, Del Vecchio operava dentro EssilorLuxottica; da azionista, tramite Delfin, incideva sugli assetti strategici della holding. Sciogliere il primo ruolo significa muoversi con meno vincoli sul secondo.
Anche la successione resta bloccata. Le regole di Delfin richiedono l’unanimità degli otto soci per modificare la governance e finora l’accordo non è stato raggiunto. Secondo il quotidiano la Repubblica, Del Vecchio punta ad avere le mani libere per cercare un’intesa con i familiari e modificare lo statuto della cassaforte, anche introducendo limiti temporali al Consiglio, una soglia più alta di dividendo minimo e regole di uscita per i soci.
Il debito personale accelera i tempi
Nella partita pesa anche la posizione finanziaria di Leonardo Maria Del Vecchio. La sua quota in Delfin ha un valore elevato, ma non è facilmente utilizzabile come garanzia senza i passaggi previsti dallo statuto e dalle procedure lussemburghesi. Nel frattempo, i dividendi della holding sono rimasti bloccati dai veti incrociati tra gli eredi.
L’esposizione personale di Lmdv è stimata in circa 1,3 miliardi di euro. Senza distribuzioni dalla holding, gli interessi continuano a pesare sul debito. A questo si aggiungono le penali legate al mancato perfezionamento dell’acquisto delle quote di Luca e Paola, indicate nell’ordine dei 500 milioni.
© Riproduzione riservata






