Oltre 50 mila euro a testa: chi ha in mano il nostro debito

Con oltre 3 mila miliardi di passività e una crescente esposizione ai capitali stranieri, il bilancio pubblico tricolore continua a sollevare interrogativi su sostenibilità, autonomia finanziaria e prospettive di crescita

Oltre 50 mila euro a testa: chi ha in mano il nostro debito pubblicoIllustrazione generata con intelligenza artificiale tramite ChatGpt/Dall·E (OpenAI)

Poco più di 50 mila euro. È la quota di debito pubblico che grava sulle spalle di ogni italiano, neonati compresi. Soldi che dovremmo restituire a chi ce li ha prestati: banche, assicurazioni, fondi e persino piccoli risparmiatori, residenti in Italia, ma anche fuori confine. Una cifra con cui ci si potrebbe comprare un’auto di lusso o versare l’acconto per comprare una casa.

Se ognuno di noi la versasse ai vari creditori dello Stato, potremmo cancellare il nostro enorme debito pubblico che continua a pesare sulla crescita e non ci fa dormire la notte nei periodi di stress finanziario. Soprattutto la quota in mano agli investitori stranieri, più inclini a mollare i nostri titoli quando le cose si mettono male. E che oggi sono tornati a controllare circa un terzo di Btp in circolazione. Francesi, tedeschi, inglesi, americani e anche giapponesi fanno man bassa ogni mese di debito italiano per il potenziale di rendimento, incoraggiati anche da una migliorata credibilità nella gestione economica nazionale. Ma con essi, appunto, arriva anche una maggiore esposizione alle vendite.

L’allarme spread insomma resta sempre acceso ed è lì pronto a suonare. La virtuale quota di debito pubblico pro capite, 13 mila euro in più del nostro reddito medio fermo a 37 mila euro, rende quindi bene l’idea dell’onere che stiamo passando ai nostri figli. Si ottiene dividendo lo stock di debito pubblico per i 58,9 milioni abitanti della Penisola, registrati a inizio 2025 dall’Istat. Dunque, 50 mila euro a testa: sono tanti o pochi? Dipende da che angolo li si guarda.

Come ripetono gli economisti, il numero assoluto può impressionare, ma a contare alla fine non è lo stock complessivo, che dalle ultime rilevazioni di Banca d’Italia ha superato i 3 mila miliardi di euro, bensì le capacità di ripagare i creditori. Ecco perché il debito pubblico crea inevitabilmente un legame tra le differenti generazioni.

«In molti casi è un legame positivo, perché il debito è un modo per costruire la prosperità di un Paese; in altri casi, il legame diventa negativo, perché il debito è un modo per scaricare sulle generazioni future i problemi di quelle presenti», spiegano Massimo Bordignon, Nicolò Gatti e Gilberto Turati dell’Università Cattolica di Milano in un loro recente studio, pubblicato lo scorso febbraio, Il debito pubblico in Italia.

Gli indicatori di sostenibilità

Nelle prime pagine i tre esperti spiegano che, per farsi un’idea della qualità di un emittente sovrano, bisognerebbe guardare soprattutto due indicatori delle finanze pubbliche: il disavanzo, la differenza annuale tra uscite ed entrate delle amministrazioni pubbliche, cartina al tornasole della disinvoltura nella gestione della spesa pubblica; e il prodotto interno lordo (il reddito di una nazione), che misura i beni e servizi prodotti in un anno, per quantificare la capacità di pagare gli interessi e di rimborsare il debito a scadenza.

Indicatore principe per la sostenibilità del debito è dunque il rapporto debito/pil, che si esprime in percentuale. Un rapporto elevato, perché il numeratore (il debito) cresce a dismisura o il denominatore (il pil) cala vistosamente, desta non poche preoccupazioni sui mercati: segnala che una parte consistente delle risorse è dedicata a ripagare gli interessi, riducendo la spesa per investimenti e quindi per la crescita.

A oggi, il rapporto è superiore al 100% in diverse economie avanzate, tra cui l’Italia, la Francia e anche gli Stati Uniti, Paesi che rischiano di andare incontro a tassi più alti, una minore fiducia degli investitori e a difficoltà nel reperire nuovi finanziamenti. Anche disavanzi elevati possono far aumentare il costo del debito. Le preoccupazioni per l’instabilità politica e l’alto deficit, quasi il doppio rispetto all’obiettivo del 3% richiesto ai paesi dell’Eurozona, ha portato gli investitori globali negli scorsi mesi a scaricare i titoli di Stato francesi con un inesorabile crollo dei prezzi. Tanto che lo scorso luglio, per la prima volta dal 2005, i titoli transalpini a cinque anni hanno iniziato a offrire rendimenti superiori agli omologhi italiani (il rendimento di un’obbligazione è inversamente proporzionale al prezzo: se il primo sale, il secondo scende) considerati in genere più rischiosi.

Oltre 50 mila euro a testa: chi ha in mano il nostro debito pubblico

14% – quota di debito pubblico detenuta da risparmiatori e imprese italiane | 32% – quota in mano a investitori stranieri

Torna la fiducia sull’Italia

Gli investitori internazionali negli ultimi anni hanno apprezzato invece la disciplina fiscale del governo Meloni, che aveva ereditato un deficit elevato dai costi residui del Superbonus 110% introdotto dal governo Conte per la ripresa del settore dell’edilizia dopo la pandemia di Covid-19. Dal suo insediamento, nel settembre 2022, grazie a una politica fiscale più rigorosa del suo collega francese Bayrou, Meloni ha ottenuto una riduzione sostanziale del disavanzo, passato dal -7,2% nel 2023 al -3,4% nel 2024.

Quest’anno è atteso in discesa al 3,3% per tornare sotto il 3% l’anno prossimo. A fine 2024, tuttavia, nonostante gli sforzi per contenere la spesa, il rapporto debito/pil dell’Italia ha superato il 135% e ora viaggia al 137%, due punti sopra. Detto altrimenti, dobbiamo ai nostri creditori 1,37 volte quanto produciamo in un anno, perché continuiamo a spendere più di quello che incassiamo con imposte e tasse.

Nonostante le difficoltà ad arrestare questo circolo vizioso, dal suo insediamento Meloni ha comunque visto migliorare l’andamento dello spread Btp-Bund, il titolo decennale tedesco punto di riferimento per l’area euro, sceso in circa tre anni da 237 a 90 punti base lo scorso luglio. La frenata è stata interpretata come un segnale di maggiore fiducia verso la sostenibilità del debito italiano e le capacità del governo di attuare politiche fiscali credibili. Altri hanno fatto notare che parte del restringimento dipende dal rialzo dei rendimenti tedeschi a seguito dell’annuncio di nuovi piani di spesa per la difesa.

Finché lo spread coi primi della classe resta positivo, inoltre, il debito italiano continua a essere percepito come più rischioso: il rating è ancora a pochi passi dalla soglia oltre la quale si è considerati spazzatura o come dicono gli americani junk bond. La strada, insomma, è ancora in salita.

Bruxelles, comunque, sembra aver ammorbidito i toni nei confronti di Roma: la Commissione ha mantenuto aperta la procedura di deficit eccessivo, ma senza nuove sanzioni a breve, indicando che il percorso di consolidamento fiscale sembra rispettare le richieste europee, a patto che le riforme proseguano. Più favorevoli sono apparse le principali agenzie di rating, che negli ultimi due anni hanno migliorato il loro outlook e giudizio sul debito italiano.

E la stampa internazionale. Per l’agenzia Bloomberg Meloni ha inaugurato una nuova era in cui l’Italia può rialzare la testa sui mercati grazie a una ritrovata stabilità politica. L’agenzia Reuters parla di rinascita delle obbligazioni italiane, considerate rischiose ma non più di quelle di altri membri dell’Eurozona. Cautela dal Financial Times, che segnala possibili tensioni nel conciliare l’agenda nazionale con la politica europea.

Oltre 50 mila euro a testa: chi ha in mano il nostro debito pubblico

Illustrazione generata con intelligenza artificiale tramite ChatGPT/Dall·E (OpenAI)

Più severi, gli osservatori continentali, soprattutto dai Paesi cosiddetti frugali. «L’Italia dovrà attuare un piano di consolidamento fiscale credibile, non solo a causa della procedura per i disavanzi eccessivi della Commissione europea, ma anche a causa della crescente dipendenza dagli investitori esteri per l’acquisto di titoli sovrani», ha avvertito Scope Ratings, agenzia di rating di Berlino. Che non è convinta del boom dei Btp Valore, i titoli di Stato italiani venduti in via esclusiva agli investitori retail per aumentare la quota del debito pubblico italiano detenuta dai residenti. È improbabile, secondo gli analisti tedeschi, che la forte domanda dei risparmiatori sia sufficiente a sostituire il graduale calo delle partecipazioni della Bce, anche perché il debito pubblico italiano continua ad aumentare.

«Se gli italiani trasferissero i loro attuali risparmi dai depositi ai Btp Valore, assorbirebbero circa 251 miliardi di euro di debito pubblico aggiuntivo, una cifra ben al di sotto delle attuali disponibilità della banca centrale, pari a circa 674 miliardi di euro. Quindi, in futuro, la domanda da parte degli investitori esteri rimarrà cruciale», conclude Scope Ratings. Già, ma di quali Paesi dobbiamo temere il giudizio visto che continuano a prestarci denaro? Da quando la Bce ha iniziato a ridurre il suo bilancio nel marzo 2023, vendendo titoli di Stato o lasciando che quelli in scadenza non vengano rinnovati, l’importo dei titoli di Stato italiani detenuti dai risparmiatori e dalle imprese italiane è aumentato fino a una quota di oltre il 14% del totale.

Nello stesso periodo, però, gli stranieri hanno incrementato le loro partecipazioni arrivando a una quota superiore al 32%, ossia poco meno di mille miliardi di euro. La maggior parte degli acquisti proviene da Francia, Germania, Lussemburgo (non di rado sotto forma di fondi estero-vestiti riconducibili a investitori italiani), Spagna e Regno Unito, e in misura minore dagli Usa e dall’Asia. La stampa finanziaria segnala anche il ritorno dei giapponesi, in passato tra i maggiori acquirenti di Btp, grazie alla rotazione dal debito francese verso quello italiano.

Ma gli investitori esteri, così come arrivano, se ne vanno in un baleno. Soprattutto in caso shock di mercato, quando tornano ad alzarsi rendimenti e spread. Nei casi più gravi, gli scossoni delle Borse fanno tremare persino Palazzo Chigi. Nel novembre 2011 l’Italia faceva parte dei Pigs, i Paesi del Sud Europa sull’orlo del fallimento in compagnia di Spagna, Portogallo e Grecia, che il crac poi l’ha fatto sul serio. L’area euro era in crisi, le Borse in rosso e lo spread schizzò oltre quota 500, decretando la fine immediata del quarto governo Berlusconi. Se lo ricorda anche Giorgia Meloni, che allora era ministro per la gioventù. La lezione, per ora, sembra averla imparata.


Articolo pubblicato su Business People di ottobre 2025, scarica il numero o abbonati qui

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