Mercosur, l’Europa guarda al Sud (America)

Un accordo storico potrebbe aprire nuove vie per l’export Ue, e una platea di 700 milioni di consumatori. Tuttavia, non mancano le tensioni sul fronte agricolo e ambientale. Mentre l’Italia, prima contraria, pare averci ripensato

Mercosur, l'Europa guarda al Sud (America)© Getty Images

Prendi 700 milioni di consumatori e mettili alla stessa tavola. Un bacino che ha affinità linguistiche, culturali ed enogastronomiche. Un vantaggio per l’Europa stimato in circa 50 miliardi di euro all’anno. In tempi di disaccoppiamento economico con l’Est del mondo, di steccati militari e ideologici, di guerre commerciali aperte con Russia e Cina (senza contare l’ambigua alleanza degli Usa sotto l’amministrazione di Donald Trump) sono oro dal cielo. Parliamo di una previsione di crescita dell’export di beni e servizi nei Paesi del Mercosur del 40%.

Eppure, non tutti sono contenti, da Roma a Berlino, da Parigi a Madrid. La Coldiretti parla di concorrenza sleale perché teme che alcuni prodotti agro-alimentari del cono Sud del Sudamerica possano invadere i nostri mercati buttando giù i margini delle imprese. Per questo infiamma il dibattito sugli standard di sicurezza alimentare.

Sono state definite e potenziate le clausole di salvaguardia, che arrivano a 6,5 miliardi e servono a difendere i nostri marchi. Sono state protette anche le indicazioni geografiche tipiche. Tra i Paesi non favorevoli all’accordo, firmato a settembre dal Consiglio Ue, anche Francia, Irlanda, Polonia e Austria. Restii anche Belgio e Olanda, ma andiamo con ordine.

Mercosur, cosa prevede l’accordo

Cosa prevede l’accordo? La riduzione o eliminazione dei dazi doganali su oltre il 90% delle merci scambiate tra Ue e Mercosur. L’aumento delle quote di esportazioni per prodotti industriali europei (auto, macchinari, farmaci, vini e formaggi), così come quello per i prodotti agroalimentari sudamericani (carne bovina, pollame, zucchero, etanolo), sebbene con limiti quantitativi. In particolare, su settori sensibili quali carne bovina e pollame, sono previsti meccanismi di early warning (allarme immediato), per monitorare l’impatto dell’import-export.

L’obiettivo di Bruxelles è quello di mostrare immediati benefici economici per export e industria, alleggerire il peso dei dazi Usa, ridurre la pressione diplomatica del Mercosur che minacciava di aprire ad altri partner (la Cina). Ma soprattutto creare un precedente per riforme e trattati futuri modulari.

I Paesi Mercosur sono Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay. Cui si aggiungono, gli associati Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Suriname. L’area di libero scambio rappresenta il 20% del Pil mondiale. Le previsioni di crescita 2025 per i Paesi del Mercosur sono tutte positive: Argentina +5,5%, Brasile +2%, Paraguay +3,8%, Uruguay +2,8%.

Nell’arco di dieci anni i Paesi del Mercosur liberalizzeranno il 90% delle importazioni Ue di beni industriali e il 93% dei prodotti agricoli. Dal lato europeo saranno liberalizzate le importazioni manifatturiere e l’82% delle importazioni agricole. L’11% delle linee tariffarie dell’export Ue avrà accesso duty-free. La maggior parte delle altre linee tariffarie sarà liberalizzata in un periodo compreso tra i quattro e dieci anni. Agli autoveicoli, all’abbigliamento, alle calzature, al vino e alle bevande viene applicata al momento una tariffa del 35%, secondo i dati dell’Ice. Le tariffe per i prodotti caseari raggiungono invece il 28%. Secondo i dati della Commissione Ue, l’intesa dovrebbe generare per le imprese esportatrici europee un risparmio di 4 miliardi all’anno.

Nell’ambito dei servizi l’accordo contiene disposizioni volte a ridurre ostacoli e pratiche discriminatorie, facilitando le esportazioni e gli investimenti nei servizi alle imprese, servizi finanziari, telecomunicazioni, trasporto marittimo e servizi postali. L’accordo individua, inoltre, nuove fonti di approvvigionamento di materie prime critiche, fondamentali per i microchip e la transizione all’elettrico. Una filiera in cui Pechino detiene il 93% delle scorte mondiali.

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Gli effetti sull’Italia

Segmentando il dato sull’Italia l’interscambio di beni con i Paesi del Mercosur nel 2024 ha raggiunto 13,4 miliardi di euro: 7,4 miliardi di export e 6 di import. Siamo il secondo Paese Ue fornitore del Mercosur. Nel 2023 il commercio di servizi ha generato un surplus di un miliardo. Secondo un’analisi del Centro Studi di Confindustria, gli accordi commerciali sono vantaggiosi per la Penisola. Dall’entrata in vigore degli accordi con la Corea del Sud, il Canada e il Giappone, 35% l’export di beni tricolori verso queste tre destinazioni è cresciuto più della media europea.

L’Italia può trarre benefici significativi dall’accordo soprattutto nei settori meccanico, siderurgico e farmaceutico. I prodotti agroalimentari importati devono essere conformi agli standard e alle certificazioni sanitarie-fitosanitarie ed è questa la principale preoccupazione. Circa 350 prodotti alimentari con indicazione geografica (IG) sono tutelati nei paesi del Mercosur dalle possibili imitazioni, tra cui 57 prodotti italiani. C’è un sistema di monitoraggio rafforzato per eventuali turbative di mercato. Ci sono maggiori controlli sanitari per assicurare rispetto degli standard e delle norme europee. E compensazioni per le imprese che dovessero essere danneggiate.

Il mondo agricolo è però ancora molto critico: ritiene non sufficienti le clausole di garanzia, compresa la sicurezza alimentare. Molti insistono nelle reciprocità. «La reciprocità è un concetto che deve valere per gli standard di prodotto che le importazioni dal Mercosur devono rispettare in termini di misure sanitarie e fitosanitarie », dice Ettore Prandini, numero uno di Coldiretti. Secondo il quale le clausole di salvaguardia non sono automatiche: «Significa che prevedono un meccanismo dove occorre la denuncia e, poi, una successiva verifica, con tempi lunghissimi rispetto a quelli del mondo delle imprese. In sostanza solo dopo anni è possibile stabilire se c’è stata una violazione della clausola di salvaguardia. Il problema è che nel frattempo si sarà conclamata una situazione di concorrenza sleale con danni irreparabili per le nostre imprese», attacca Prandini.

Il negoziato, avviato nel 1999 e più volte arenatosi su questioni agricole e ambientali, ha conosciuto fasi alterne. Un passo decisivo era stato compiuto nel 2019, sotto la presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile, quando le parti avevano annunciato di aver raggiunto un’intesa politica di massima. Tuttavia, quell’accordo non è mai approdato alla ratifica: la gestione ambientale di quel governo con l’impennata della deforestazione amazzonica e la percezione di un allentamento dei controlli sulle pratiche agricole, aveva suscitato una forte opposizione in Europa.

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Su settori sensibili quali carne bovina e pollame sarebbero previsti meccanismi di early warning (allarme immediato), per monitorare l’impatto dell’import-export

L’assenza di garanzie concrete sul fronte climatico e sociale aveva così congelato il processo. La svolta è arrivata negli ultimi mesi: la presidenza spagnola del Consiglio Ue ha accelerato i contatti, spingendo le parti a trovare un terreno comune su temi sensibili come le clausole di sostenibilità e la tutela della foresta amazzonica. Brasile e Argentina, a loro volta, hanno mostrato un rinnovato interesse: da un lato per aprire nuovi mercati alle esportazioni agroalimentari, dall’altro per attrarre investimenti europei in infrastrutture e transizione verde.

In Europa, Francia e Irlanda hanno guidato il fronte agricolo contrario, temendo la concorrenza delle esportazioni sudamericane. In Sud America è soprattutto l’Argentina a frenare, preoccupata per l’impatto sulle proprie industrie manifatturiere. Il tema ambientale resta centrale: le Ong europee denunciano che, senza adeguate garanzie, il patto rischia di legittimare pratiche di deforestazione e sfruttamento delle risorse. Un elemento è rappresentato dal cambio di rotta del governo italiano.

Inizialmente scettico – soprattutto per le pressioni interne del settore agricolo, preoccupato da una maggiore concorrenza su carne bovina e zucchero – l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si è progressivamente allineato ai favorevoli *. Le ragioni sono sia economiche che geopolitiche. Roma punta a rafforzare i propri legami con il Brasile e con l’America Latina, in coerenza con l’agenda di “diplomazia della crescita”. Palazzo Chigi ha presentato l’accordo come un tassello della strategia di diversificazione delle catene di approvvigionamento, utile a ridurre la dipendenza europea dalla Cina.

Allo stesso modo per l’Ue è utile rafforzare i rapporti con l’America Latina, perché significa ridurre la vulnerabilità alle catene di approvvigionamento asiatiche e consolidare alleanze in un’area ricca di risorse. Per il Brasile di Lula si tratta di confermare la sua ambizione di attore globale, capace di dialogare con Washington e Bruxelles, ma anche con Pechino e Mosca. Brasilia è anche il principale fornitore per l’Italia, con un’incidenza del 75% sull’import complessivo dall’area. Le importazioni dal Brasile hanno interessato prevalentemente prodotti dell’agricoltura e dell’industria estrattiva.


Quali sono le clausole dell’accordo

Il via libera è stato ottenuto grazie a un provvedimento legislativo ad hoc che affiancherà l’accordo con funzioni di salvaguardia: il testo prevede un monitoraggio semestrale delle importazioni di prodotti sensibili – come carne bovina, pollame e zucchero – e l’avvio di indagini rapide qualora i volumi aumentino oltre il 10% o i prezzi scendano sotto la stessa soglia. Se i rilievi lo richiederanno, sarà possibile sospendere le riduzioni tariffarie e ripristinare i dazi di base per un periodo massimo di quattro anni.

Una sorta di polizza assicurativa che si attiva sperando che non serva. L’accordo permette l’accesso in quantità maggiore di beni europei nella regione latinoamericana, automobili, macchinari, distillati, prodotti farmaceutici e agroalimentari. Secondo le stime, porterà a un aumento del 39% dell’export Ue verso i Paesi Mercosur e sosterrà 440 mila posti di lavoro in tutta Europa. Verranno ridotti i dazi su settori industriali chiave come le automobili oggi al 35%, sui macchinari (tra 14 e 20%) e sui prodotti farmaceutici fino al 14%. Sono previste tariffe basse anche sull’agroalimentare, il vino fino al 35%, cioccolato al 20%, l’olio d’oliva al 10% e al 28% per i formaggi, e in questo senso le proiezioni parlano di un aumento dell’export agroalimentare intorno al 50%.


* Articolo pubblicato sul numero di Business People di dicembre 2025. Scarica il numero o abbonati qui

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