Lo Stato torna protagonista nell’economia italiana

Partecipazioni pubbliche in aumento, occupazione in calo e razionalizzazione mai attuata: è di nuovo tempo di interventismo. Ma quanto conviene alla nostra economia e alle aziende coinvolte?

Mps, dirigente del Mef indagato per insider tradingUno scatto della sede del ministero dell’Economia e delle Finanze, situata in via XX Settembre a Roma© Getty Images

Lo Stato sta tornando prepotente nella gestione dell’economia. È una tendenza che si è accentuata dalla pandemia, complice il sostegno alle imprese falcidiate dalle chiusure per motivi sanitari. Nel 2025 però si sta consolidando ulteriormente il ruolo pubblico nei settori ritenuti strategici.

Ciò sta avvenendo prevalentemente nel settore delle infrastrutture, come le telecomunicazioni e le reti digitali, considerate essenziali per la sicurezza nazionale, la competitività e il conseguimento degli obiettivi di transizione digitale ed ecologica indicati nel Pnrr. Una spinta a una ri-pubblicazione dell’economia dopo gli anni ruggenti delle privatizzazioni, partite negli anni 90 culminate a fine secolo con le cessioni di importanti pacchetti azionari delle varie Tim, Eni, Enel e l’allora Finmeccanica.

Il passaggio chiave di questa accelerazione è stata la costituzione di Fibercop, la società che controlla l’infrastruttura di telecomunicazioni dell’ex monopolista Tim. Rete su cui ha investito il fondo americano Kkr con quasi 20 miliardi. Altre operazioni hanno riguardato Poste che ha deliberato l’operazione di acquisizione del 9,81% della stessa Tim detenuto da Cassa Depositi e Prestiti. Che controlla a sua volta il 35% del capitale di Poste. Contestualmente, il consiglio ha deliberato la cessione dell’intera partecipazione detenuta da Poste Italiane in Nexi – pari al 3,78% del capitale – a favore della stessa Cdp, quota che si aggiunge alle partecipazioni già detenute dalle sue controllate Cdp Equity (5,64%) e Cdpe Investimenti (8,82%). Operazioni realizzate con l’avallo del governo, nate per presidiare gli asset mediante una ridefinizione del perimetro delle partecipazioni.

Analoghe considerazioni sono state immaginate nel settore energetico, tra cui l’acquisizione da parte di Italgas di 2i Rete Gas e la successiva fusione per incorporazione di quest’ultima in Italgas Reti, a seguito della quale Italgas è divenuto il primo operatore della distribuzione del gas in Europa.

Poste Italiane ha deliberato l’operazione di acquisizione del 9,81% di Tim detenuto da Cassa Depositi e Prestiti. Che controlla a sua volta il 35% del capitale di Poste. (Foto © Getty Images)

Sviluppi significativi si sono registrati anche nel settore della difesa complice l’attuale contesto geopolitico da nuova “guerra fredda”, che ha visto Leonardo costituire una nuova società con la tedesca Rheinmetall per produzione congiunta di sistemi di difesa terrestre. In ambito finanziario Banca Mps, dopo aver visto ridursi la partecipazione del Tesoro all’11,7% del capitale, ha presentato un’offerta pubblica di scambio volontaria per la totalità delle azioni di Mediobanca. Un’operazione che ha superato l’86% delle adesioni.

A conti fatti lo Stato prende sempre più piede nelle imprese: cresce il numero delle partecipate, nonostante gli obiettivi di razionalizzazione perseguiti e mai riusciti negli ultimi anni. Al tempo stesso si riduce anche l’occupazione. Un recente rapporto Istat riporta che nel 2022 aumenta il numero delle imprese a partecipazione pubblica attive nei settori dell’Industria e dei Servizi (+1,5%), mentre diminuisce del 5,3% il numero di addetti, che ora sono poco meno di 840 mila. Si riducono anche le imprese partecipate da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale. Il loro valore aggiunto per addetto cresce però nel tempo.

Il ministero dell’Economia da solo controlla oltre il 52,2% del totale delle partecipate: è, dunque, diventato una specie di nuovo ministero delle Partecipazioni statali. Ma quanto conviene alla nostra economia e alle aziende coinvolte questa “intrusione” statale? Per quanto il governo parli ancora di privatizzazioni (il documento di finanza pubblica ne prevede per lo 0,8% del Pil nel triennio 2025- 27), nel migliore dei casi si tratta di cessioni parziali, che non mettono in discussione il controllo pubblico.

Leonardo ha costituito una nuova società con la tedesca Rheinmetall per la produzione congiunta di sistemi di difesa terrestre (Foto © Getty Images)

La tendenza è la medesima dall’inizio degli anni Duemila. All’epoca a opporsi alle privatizzazioni erano soprattutto gli enti locali, perché attraverso le società partecipate potevano in parte eludere i vincoli del patto di Stabilità interno. Adesso siamo in pieno riflusso: gli enti locali hanno raggiunto il limite, ma torna a crescere il ruolo dello Stato, legato sia al mantenimento di quote nei “campioni nazionali”, sia nella proprietà di aziende che rischiano o la bancarotta, o l’acquisizione da parte di terzi.

Scrive il giurista Sabino Cassese che «non sappiamo con certezza dove finisce lo Stato, quali siano i suoi confini. Al centro, vi sono ministeri, autorità indipendenti, aziende autonome, agenzie, enti pubblici. In periferia vi sono Regioni, Province, Comuni, altri enti territoriali, come le comunità montane e le aree metropolitane. Ma, quando ci si addentra nella giungla pubblica, si scoprono anche consorzi, fondazioni, associazioni, società a responsabilità limitata, società per azioni, organismi di diritto pubblico e molte altre figure. Nelle zone di confine vi sono organismi misti, nei quali si incontrano e combinano diritto pubblico e diritto privato». Un caso interessante è Giochi Preziosi in cui sta per investire (per salvarla con circa 40-50 milioni) l’agenzia pubblica Invitalia, controllata del ministero del Tesoro. La stessa che ha già scommesso sulle Terme di Chianciano, nel produttore di treni passeggeri Firema e nel progetto di rilancio dello storico stabilimento ex Ferrosud di Matera.

L’agenzia guidata da Bernardo Mattarella è stata coinvolta anche nell’operazione di salvataggio di Coin, investendo dieci milioni per una partecipazione del 30,1%. Si tratta di operazioni emergenziali, che però difficilmente possono essere ascritte alla categoria della “strategicità”. Nessuna di esse è l’ex Ilva, la cui chiusura potrebbe avere impatti occupazionali.

Nel 2014 l’allora Commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli presentava un piano per ridurre le partecipate pubbliche. Sarebbero dovute scendere da 8 mila a mille con un risparmio possibile di 3 miliardi. Dieci anni dopo siamo ancora a oltre 7 mila e l’obiettivo è naufragato. Il sottotesto è che sperperano soldi pubblici senza portare benessere in un Paese pesantemente condizionato dal fardello del debito pubblico. In molti casi l’attività della partecipata potrebbe essere svolta dall’ente o andare avanti anche senza la presenza del pubblico. E invece sono centinaia le amministrazioni che mantengono le quote e possono piazzare nei board le loro clientele. In molti casi non vengono erogati compensi, ma sono incarichi utili a mantenere un sistema di relazioni da giocare sui tavoli della politica locale.

Lo Stato sta consolidando il suo ruolo soprattutto nei settori ritenuti strategici, come quello dell’energia (Foto © Getty Images)

Ma perché le amministrazioni possono mantenere le quote in queste società? Perché la legge prevede un’infinità di deroghe: per le quotate, per quelle che gestiscono un patrimonio immobiliare, fanno sperimentazione sanitaria, gestiscono fondi europei, progettano un’opera pubblica, producono energia rinnovabile o, semplicemente, perché l’amministrazione segnala sia utile per «la mia attività istituzionale». I casi di dismissione delle partecipazioni da parte degli enti territoriali ammontano complessivamente al 9,4%, con una prevalenza delle cessioni a titolo oneroso, scrive nell’ultimo rapporto la Corte dei Conti. Si osservano casi di recesso dalla società, di scioglimento o messa in stato di liquidazione e di perdita della partecipazione indiretta a causa della cessione o liquidazione della società “tramite”.

Per gli enti territoriali i piani di riassetto prevedono la fusione per incorporazione o per unione in altra società delle partecipazioni detenute. L’intervento prevalente per gli enti sanitari riguarda, analogamente, la cessione a titolo oneroso della partecipazione e lo scioglimento della società. D’altronde la Corte dei conti svolge un’analisi e controllo delle partecipate dagli enti pubblici, sia territoriali che sanitari. La sua ultima relazione, relativa al triennio 2019-2021, evidenzia un aumento delle perdite nel 2021, più che raddoppiate rispetto al 2019, sebbene si registrino segnali di ripresa nel confronto con il 2020. Con un miglioramento dei valori della produzione, accompagnato da un aumento dei costi e una conseguente riduzione del margine operativo lordo. Non proprio quello che servirebbe.


Chi controlla le controllate?

Sono numerosi gli organismi che si interessano delle partecipate. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, Direzione VII, Valorizzazione del patrimonio pubblico, pubblica rapporti annuali sulle partecipazioni delle amministrazioni pubbliche. La Ragioneria generale dello Stato ha anch’essa competenza sulle partecipazioni pubbliche, se non altro perché comportano spesso spesa pubblica.

La Corte dei conti presenta infine relazioni sulla gestione delle società partecipate importanti, specialmente per quelle di maggiori dimensioni. In base all’articolo 5 del Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, la verifica della massima magistratura contabile sulla legittimità della detenzione della partecipazione e sulla rispondenza alle esigenze istituzionali avviene anche in una fase cosiddetta “prodromica”, in cui sono esaminate le delibere di costituzione di società di capitali o di acquisizione di partecipazioni in società già esistenti, con la previsione di una motivazione rafforzata legata alla sostenibilità finanziaria della scelta e alla sua compatibilità con i principi di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa.

Il maggior numero di partecipate locali sono collocate nella fornitura di acqua, rete fognarie, attività di trattamento dei rifiuti, rileva l’ultimo rapporto Istat. A seguire il settore Attività professionali, scientifiche e il Trasporto e magazzinaggio. Mentre i settori in cui gli enti locali partecipano in misura più rilevante sono la Sanità e l’assistenza sociale e l’Istruzione.


Articolo pubblicato su Business People di ottobre 2025, scarica il numero o abbonati qui

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