Quanto sono lontani i tempi in cui l’Italia firmava per prima in Europa un memorandum fortemente voluto da Xi Jinping. L’intesa riguardava la nuova Via della seta, progetto geopolitico e commerciale di lungo respiro pensato a Pechino. Anno 2019, solo sei anni fa, eppure pare un’altra era geologica.
All’epoca al governo c’era il sodalizio giallo-verde guidato dal primo Conte, e l’Italia veniva accusata dai suoi detrattori di essere il cavallo di Troia dei cinesi in Europa firmando un accordo promozionale per accrescere le esportazioni tra i due Paesi. I rapporti consolidati tra Roma e Pechino di quegli anni erano attribuibili alle ottime entrature dei Cinque Stelle con la Cina. Condizionamento segnalato anche dalla timidezza con cui il governo di allora espresse la sua opinione sulle rivolte a Hong Kong, che contestavano apertamente il regime della Cina continentale, poiché metteva a dura prova le libertà democratiche conseguite negli anni dall’ex colonia britannica.
A distanza di sei anni il mondo è cambiato. Complice la diffidenza originata dal Covid (le cui origini sono tutte da verificare e rimandano a Wuhan), ma soprattutto la guerra che tracima in Europa, investe l’Ucraina e unisce Russia e Cina (e India) in chiave anti-americana e anti- occidentale. Così non sorprende quello che ha in testa di fare Palazzo Chigi, anche se al momento in cui si scrive* non sono note le implicazioni e lo si scoprirà solo nei prossimi mesi.
Un’indiscrezione dell’agenzia americana Bloomberg in piena estate ha segnalato che «il governo di Giorgia Meloni sta valutando piani per limitare le partecipazioni degli investitori cinesi in aziende chiave per evitare potenziali tensioni con gli Stati Uniti». L’iniziativa italiana riguarderebbe «aziende considerate strategiche, sia private che controllate dallo Stato».
Uno degli esempi più significativi è senz’altro Pirelli, di cui la società statale cinese Sinochem International detiene il 37%. La partecipazione è già stata oggetto di restrizioni da parte del governo italiano attraverso l’esercizio dei poteri speciali, che nel 2023 hanno limitato l’influenza del socio asiatico su aspetti tecnologicamente sensibili come i sensori cyber montati sugli pneumatici, usati anche in Formula 1. Lo scorso aprile, su richiesta dei regolatori, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha poi declassato lo status di governance di Sinochem, dichiarando che il gruppo non ha più il controllo della società.
Ai cinesi è vietato ora indicare l’amministratore delegato. Ma anche di decidere sulle operazioni straordinarie «come acquisizioni, conferimenti, concentrazioni, fusioni, scissioni, quotazioni di strumenti finanziarie». E di «coordinare iniziative in materia finanziaria, creditizia, di ricerca e sviluppo». Il tutto sarebbe partito da una segnalazione dei servizi americani che avrebbero avvertito Pirelli del fatto che gli pneumatici dotati di sensori connessi avrebbero potuto subire restrizioni sul mercato statunitense a causa della proprietà cinese, in linea con le misure americane su software e hardware provenienti da aziende controllate da Pechino.
Ma «Pirelli è solo il caso più estremo tra quelli che il governo italiano deve affrontare», ha scritto Bloomberg, «che vorrebbe anche estromettere gli investitori cinesi da Cdp Reti». L’azienda, che detiene partecipazioni di controllo nelle reti energetiche italiane tra cui Snam, Italgas e Terna, è posseduta al 35% da un’unità della State Grid Corporation of China, che ha due amministratori nel board in grado di influenzare il processo decisionale.
In Italia si contano circa 700 aziende con investitori cinesi, ma il focus del governo sarebbe sulle realtà di maggiori dimensioni attive in settori strategici come energia, trasporti, tecnologia e finanza. Il ministero degli Esteri cinese, replicando a Bloomberg, ha affermato che la cooperazione negli investimenti tra Cina e Italia è «mutuamente vantaggiosa e non dovrebbe essere ostacolata da terze parti», auspicando che Roma offra «un ambiente imprenditoriale equo, giusto e non discriminatorio» e salvaguardi i «legittimi diritti e interessi» delle imprese cinesi.
E allora non sorprende anche quello che sta avvenendo in termini macro-economici. Stanno crollando, non a caso, le acquisizioni della Cina in Italia e fra le cause, secondo gli osservatori, c’è proprio l’uso allargato e stringente del cosiddetto golden power, il potere di veto del governo all’ingresso di soci esteri nelle imprese italiane. Uno studio di Kpmg, rilasciato il 19 luglio scorso, ha rivelato come negli ultimi 12 anni (2010-2022) le operazioni di fusione e acquisizione da parte della Cina nel Paese sono state 147 per 24,9 miliardi. Di queste solo nove (per 494 milioni) sono avvenute lo scorso anno, otto nel 2021, 12 nel 2019. Nel 2022 il mercato si è ridotto a volume di un terzo dal 2017, anno record per numero di operazioni: 22 per 1,51 miliardi. Nel 2015 c’è stato il picco a valore con 9,138 miliardi.
Le grandi società che la Cina ha ancora in portafoglio sono però solo sette. Una, appunto, è Pirelli. Le altre sei sono Autostrade per l’Italia (ingresso nel 2017), partecipata da Silk Road Fund al 5%. La Candy, che Quingdao Haier comperò nel 2018 dai Fumagalli. E poi la Ferretti degli yacht, all’86% di Weichai che vi entrò nel 2012. Oppure Nms, il Nerviano Medical Center di cui è azionista dal 2018 il fondo Hefei Sar V-Capital. Infine, Eni East Africa di cui è socia la China national corporation dal 2013; e appunto Cdp Reti dove dal 2014 la State Grid Corporation of China ha il 35%: i cinesi sono soci finanziari, ma sottoposti alla direzione e coordinamento di Cdp. È chiaro come comincino a crescere le preoccupazioni degli imprenditori italiani che hanno produzioni in Cina. E anche chi continua ad avere buoni rapporti commerciali con Pechino lancia l’allarme.
«Attenzione a mettere troppe briglie», dice Daniele Ferrero, socio e Ceo di Venchi, che in Cina ha due uffici e 48 negozi. «Limitare la circolazione di capitali non è una scelta strategica. La Cina è un partner importante per tutto il mondo occidentale, ci siamo integrati negli ultimi anni. Attenzione a non cambiare gli equilibri». Venchi è partecipata nella filiale di Hong Kong da Simest, società riconducibile a Cdp. Nell’ultimo bilancio Simest sono 33 le partecipate in Cina e a Hong Kong.
Aziende come le quotate Eurogroup, rotori e statori per auto elettriche, o la Siti B&T, macchine per l’industria della ceramica. Partecipazioni avviate negli anni scorsi per sostenere l’internazionalizzazione. Le contraddizioni, però, non si fermano alle partecipazioni strategiche o meno della Cina in Italia. Investono soprattutto il rifinanziamento del nostro debito pubblico. A Davos, nel 2024, il ministro dell’Economia Giorgetti ebbe una serie di incontri con alcune controparti per motivarli a investire nei nostri titoli di Stato, ma non se ne fece nulla. Gli investitori istituzionali hanno d’altronde fame di rendimento e ora l’Italia sembra un partner più affidabile dopo la recente promozione dell’agenzia Fitch sulla nostra solvibilità. Ma anche sulla rete 5G hanno pesato molto gli interrogativi americani sulla cinese Huawei, che alla fine è stata estromessa dalla realizzazione dell’infrastruttura di telecomunicazione necessaria per il mobile.
Insomma, il sodalizio tra Roma e Pechino si è ormai interrotto, l’Italia è sempre più legata alla dottrina Trump – che peraltro con Pechino sta adottando un atteggiamento quanto meno altalenante – in aperto contrasto commerciale con la Cina. Il rischio è che il nostro Paese paghi dazio perché la nostra economia vive di export e la Cina è il più grande mercato al mondo, come segnalano i proventi della moda delle grandi griffe italiane. Prada, ad esempio, ha soci cinesi e sono molti i gruppi della moda che hanno accordi con la piattaforma cinese Alibaba. Fortunatamente sono rimasti pochi i brand di proprietà italiana, la gran parte è in mano ai francesi di Kering o Lvmh, maggiormente esposti a un conflitto aperto con la Cina. E ora si apre la transizione di Armani.
Italia-Cina, andata e ritorno
Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Italia in Asia. Il valore degli scambi ha superato i 70 miliardi di euro, con un forte aumento delle importazioni (tecnologia, componentistica, tessile) e un export italiano ancora trainato da macchinari, moda, agroalimentare e lusso. La relazione in 5 punti
- Squilibrio nella bilancia commerciale. L’Italia registra un deficit commerciale con la Cina: importazioni nettamente superiori alle esportazioni. Questo è un tema strategico di politica industriale italiana, che cerca di rafforzare l’export verso Pechino per ridurre il gap. I comparti più forti verso la Cina sono macchinari industriali, automotive di fascia alta, moda, design, prodotti alimentari (vino e olio in testa). La crescita della classe media urbana cinese sostiene la domanda di Made in Italy.
- Dipendenza tecnologica. L’Italia importa massicciamente elettronica, semiconduttori, pannelli solari e prodotti digitali dalla Cina, accentuando la dipendenza della filiera manifatturiera italiana dalla tecnologia di Pechino.
- Effetto dei dazi Usa. Le politiche protezionistiche di Donald Trump hanno spinto Pechino a diversificare i propri mercati di sbocco. Questo ha reso l’Europa, e l’Italia in particolare, un partner alternativo strategico. Molte imprese italiane si sono trovate a beneficiare della ricerca cinese di opportunità in Europa, ma al tempo stesso a dover gestire la pressione competitiva cinese nei settori tecnologici.
- La fine del Memorandum. Nel 2019 l’Italia era entrata nella Nuova Via della Seta, ma nel 2023 ha ritirato l’adesione, riallineandosi alla strategia euro-atlantica. Ciò non ha chiuso i commerci, ma ha raffreddato la cornice politica delle relazioni. La Commissione europea parla di de-risking con la Cina: ridurre la dipendenza in settori strategici (tecnologia, materie prime critiche). L’Italia deve muoversi dentro questo equilibrio, cercando di non perdere quote di mercato in Cina pur rispettando le linee comuni Ue-Usa.
- Competizione nei mercati terzi. Cina e Italia spesso competono in Paesi terzi (Africa, Balcani, America Latina) per infrastrutture, energia e manifattura. Questo aggiunge complessità al rapporto bilaterale diretto. Pechino resta per l’Italia un mercato essenziale ma sfidante. La domanda interna cinese rallenta, mentre le frizioni geopolitiche aumentano.
Articolo pubblicato sul numero di Business People di novembre 2025. Scarica il numero o abbonati qui
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