Italia, pensioni e lavoro: un sistema da ripensare

Con sempre meno lavoratori e più pensionati, il patto intergenerazionale vacilla e i conti pubblici sono sempre più sotto pressione. Non resta che pensare a una ristrutturazione strutturale del sistema di welfare, dove i fondi integrativi avranno inevitabilmente un ruolo da protagonisti

Lavoreremo fino a 70 anni. L’allungamento dell’aspettativa di vita – notizia di per sé positiva – ha conseguenze però negative sulla sostenibilità del welfare. L’Italia, alla pari di altri Paesi europei, sta vivendo un lungo inverno demografico tanto che oggi su 3,58 residenti almeno uno è pensionato. Un dato molto elevato se si tiene conto che il picco dell’invecchiamento della nostra popolazione verrà toccato nel 2045, si legge nel tredicesimo rapporto del centro studi Itinerari Previdenziali, presentato lo scorso 14 gennaio alla Camera. Nel 2050 il rapporto, infatti, sarà di uno a uno tra lavoratori e pensionati, stando ai numeri forniti lo scorso anno dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. E con un solo attivo per ogni inattivo, il sistema previdenziale rischia di implodere perché si basa su un patto intergenerazionale in cui la generazione attuale sostiene quella passata, con la promessa che la prossima sosterrà la propria pensione. Un patto che potrebbe non essere più rispettato nei prossimi decenni. E per meri fattori demografici: aumento degli over 65, calo delle nascite e fuga dei giovani ridurranno il numero di lavoratori rispetto ai pensionati.

Non sorprende, quindi che i governi, (con molta fatica) negli ultimi trent’anni abbiano progressivamente adeguato il sistema pensionistico all’invecchiamento della popolazione e alla sostenibilità dei conti pubblici. In Italia, dal 1990 a oggi sono servite ben cinque riforme – Amato (1992), Dini (1995), Prodi (1997), Maroni (2004) e la cruciale riforma Fornero (2011) – per rimettere la previdenza sociale in carreggiata. Si è passati così da un regime retributivo (pre-1996), che si basava sugli ultimi stipendi percepiti, a uno contributivo, cioè calcolato sui contributi versati. È stata poi promossa e incentivata la previdenza complementare: dal 1993 i fondi pensione dispongono di una regolamentazione organica, dal 2007 è stata introdotta la possibilità di conferire il Tfr, mentre dal primo luglio di quest’anno scatta un nuovo meccanismo di adesione automatica per i neo- assunti tramite la formula “silenzio-assenso”. Infine, si è spostato il limite di età per ritirarsi dal lavoro, un poco alla volta e sempre più in là. Oggi è a 67 anni, ma il prossimo anno l’asticella si alzerà di un mese, per l’adeguamento automatico alla speranza di vita; nel 2028 si arriverà a 67 anni e tre mesi. Si è scelto insomma di salire un gradino alla volta per arrivare a soglie prima inimmaginabili.

«In Danimarca, Italia e Paesi Bassi, l’età pensionabile normale futura sarà superiore a 70 anni», scriveva l’Ocse nel report Working better with age presentato il 30 agosto 2019. A firmarlo allora, l’economista italiano Stefano Scarpetta, direttore per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali per l’organizzazione. Scarpetta, che dal primo aprile di quest’anno è capo economista dell’Ocse, ha sempre avuto le idee chiare sul percorso da intraprendere per migliorare la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. E non basta solo alzare l’età pensionabile. «L’Italia sta già affrontando un autunno demografico che presto diventerà un rigido inverno», ha scritto di recente in un post su Linkedin. «Ma ha anche risorse importanti che sono scarsamente utilizzate, a partire dai bassi, seppur in rialzo, tassi di occupazione femminile, dove siamo ancora 10 punti percentuali sotto la media europea e con regioni del Sud in cui lavora meno di una donna su tre in età lavorativa, e tassi Neet (25-34enni che non lavorano e non studiano) al 22% tra i giovani uomini e al 24% tra le giovani donne, ancora con punte del 40% nelle regioni del Sud».

Stefano Volpato: “Così la longevità cambia il risparmio”

Si può e si deve fare molto di più, insomma, per dare opportunità di lavoro alle fasce più deboli oggi ai margini del mercato del lavoro, anche perché l’esperienza internazionale mostra che alti tassi di occupazione di donne e giovani sono associati a più alti tassi di natalità. Non c’è altra via se si vuole invertire il trend demografico in corso per riportare il rapporto tra attivi e pensionati su livelli sostenibili, evitando così in futuro di trattenere al lavoro gli ultra-70enni.

Non tutte le previsioni sono però a tinte fosche. «Malgrado i molti catastrofisti, i conti della previdenza reggono, e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980 – coorti molto numerose e dunque significative in termini pensionistici – si saranno pensionati», ha commentato Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali. Che però invita ad alzare la guardia sul fronte del mercato del lavoro: dovrà fare la propria parte e adeguarsi alla demografia, con interventi per favorire la permanenza delle fasce più senior. I numeri del resto parlano da soli. Nel 2024 per ripianare le mancate contribuzioni lo Stato ha trasferito all’Inps circa 43 miliardi. E nei prossimi 10 anni, le de-contribuzioni ci costeranno circa 500 miliardi di euro. Un ulteriore debito “occulto” che peserà sui conti pubblici.


Verso l’ennesima riforma

Il punto di vista di Mauro Marè, presidente di Mefop, ossia la società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione

pensioni

Mauro Marè-Mefop

Una nuova riforma delle pensioni entro i prossimi dieci anni. L’Italia sta invecchiando e se non riuscirà a porre rimedio al calo demografico, il sistema previdenziale è probabile che vada incontro a difficoltà strutturali. Ne è convinto Mauro Marè, presidente di Mefop, la società che dal 1999 sostiene lo sviluppo dei fondi pensione in Italia. Accademico, consigliere economico dell’ex ministro Padoan e attuale presidente della Commissione per le spese fiscali del Mef, Business People lo ha sentito per capire quanto sia solida la previdenza sociale. «Da molti anni c’è una confusione di fondo sul sistema pensionistico», esordisce.

Confusione su cosa?
Sento dire: sto pagando per la mia pensione. Ma la convinzione di pagare per la propria pensione è profondamente errata: i contributi annuali sono usati immediatamente per pagare le prestazioni correnti, anno dopo anno. E quindi l’accumulo è solo virtuale, saranno i giovani a dover pagare le nostre pensioni. L’aritmetica del sistema pensionistico non ammette illusioni: il totale delle risorse prelevate dagli occupati serve per pagare le prestazioni di una popolazione che invecchia e vive di più. Vale per il sistema pensionistico, ma anche per la sanità e per tutte le altre voci di welfare. Considerando il trend demografico discendente, siamo all’alba di un’ulteriore riforma seria delle pensioni, perché il sistema così com’è rischia di essere insostenibile.

Ci spiega meglio?
Il sistema a ripartizione si basa su un patto intergenerazionale e funziona proprio perché gli attivi pagano per i non attivi. Per questo il sistema di ripartizione è profondamente legato alla demografia: se la fertilità crolla, il meccanismo si inceppa. E in Italia il tasso di natalità oggi viaggia a 1,1. In alcune regioni, come in Liguria e Trentino Alto Adige, siamo addirittura sotto questa soglia. A questo ritmo, gli italiani caleranno da quasi 59 a 54 milioni. Per non parlare delle centinaia di migliaia di lavoratori qualificati che decidono ogni anno di espatriare. Il sistema a ripartizione si trova di fronte a una sfida molto seria per poter essere ancora sostenibile.

Che cosa si può fare?
Bisogna arrivare gradualmente a un giusto mix fra pubblico a ripartizione e privato a capitalizzazione. Attualmente la previdenza complementare pesa per il 10-20% sul totale delle pensioni erogate rispetto all’80-90% con il sistema a ripartizione. Un sistema 40/60 tra privato e pubblico sarebbe decisamente più sostenibile in termini generazionali e positivo per la crescita, perché i fondi pensione avrebbero più risorse da investire nell’economia e quindi anche nelle aziende italiane.

Si potrebbe fare di più sul fronte fiscale?
Il governo ha innalzato da 5.164 a 5.300 euro il limite massimo di deducibilità, un incremento minimo. Certo si potrebbe riportare la tassazione al 12,5%, come è stata fino al 2015, ma non credo che sia più una questione fiscale. Già adesso i vantaggi sono consistenti. Il punto è un altro: oggi solo un terzo dei lavoratori è iscritto a forme di previdenza complementare. C’è uno zoccolo duro che non si vuole iscrivere, non si fida o non riesce, basti pensare ai molti disoccupati o ai lavoratori temporanei, soprattutto nel Meridione. I Paesi del Nord Europa hanno optato per l’obbligatorietà. Resto favorevole all’approccio volontario che hanno scelto le parti sociali in Italia, anche se per ora gli effetti non sono stati quelli sperati. L’introduzione del meccanismo di adesione automatica tramite silenzioassenso, introdotto dal governo, è un provvedimento molto positivo che va nella giusta direzione. Mi aspetto da luglio una spinta molto forte.


Questo articolo è parte dello speciale Silver Economy, pubblicato sul numero di Business People di maggio 2026. Scarica il numero o abbonati qui

Resta sempre aggiornato con il nuovo canale Whatsapp di Business People
© Riproduzione riservata