In un Paese dove l’inflazione continua a mordere e il costo della vita resta elevato, l’Istat fotografa una realtà allarmante: a settembre 2025, i salari in termini reali risultano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021. Nonostante la crescita nominale degli stipendi e gli sforzi di adeguamento contrattuale, il recupero non è riuscito a colmare l’aumento dei prezzi in Italia, lasciando sotto pressione la capacità di spesa delle famiglie.
Nel terzo trimestre 2025, la crescita degli stipendi in Italia ha mostrato un rallentamento rispetto ai mesi precedenti, pur mantenendosi superiore all’inflazione. Secondo l’Istat, l’indice delle retribuzioni orarie è rimasto stabile su base mensile, ma ha segnato un aumento annuo del 2,6%. A trainare l’incremento sono stati soprattutto i dipendenti pubblici, con una crescita del 3,3%, superiori a quelli dell’industria (+2,3%) e dei servizi privati (+2,4%).
Contratti fermi e rinnovi in ritardo
A fine settembre risultano 29 i contratti in attesa di rinnovo, che interessano circa 5,6 milioni di lavoratori, ovvero il 43,1% del totale. Il tempo medio di attesa per il rinnovo è salito a 27,9 mesi per chi ha il contratto scaduto, mentre per il totale dei dipendenti il tempo medio è passato da 9,6 a 12 mesi. Tra i contratti ancora in attesa figura anche quello dei giornalisti, scaduto nel 2016.
Perché gli italiani cambiano lavoro: il peso dello stipendio, ma non solo
Attualmente, sono 46 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica, coprendo circa 7,5 milioni di lavoratori e rappresentando il 54,6% del monte retributivo complessivo. Nel solo terzo trimestre sono stati recepiti cinque nuovi contratti, due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione.
Salari italiani tra i più bassi dell’Ocse
Nel periodo gennaio-settembre 2025, la retribuzione oraria media è aumentata del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2024. Tuttavia, il confronto internazionale evidenzia il ritardo dell’Italia: con una retribuzione media annua di circa 38.600 euro a parità di potere d’acquisto, il Paese si colloca al 21º posto tra i 34 membri dell’Ocse, ben al di sotto della media Ocse di circa 45.900 euro.
Le cause di questo divario sono strutturali: contratti collettivi scaduti, produttività stagnante e diffusione di lavori a basso salario. In molti settori, gli aumenti retributivi sono stati assorbiti dai rincari e l’inflazione ha cancellato gran parte dei progressi ottenuti. Il risultato è un potere d’acquisto debole, che pesa sulla fiducia delle famiglie e sul ritmo di crescita dell’economia.
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