La guerra ha sempre un costo militare immediato, ma nel caso del conflitto tra Stati Uniti e Iran il conto economico emerge già nelle prime ore. L’operazione Epic Fury, avviata da Washington contro obiettivi iraniani, ha comportato una spesa stimata di 3,7 miliardi di dollari nelle prime 100 ore, pari a circa 891 milioni al giorno, secondo le analisi del Center for Strategic & International Studies (Csis).
Gran parte di queste risorse non era stata prevista nel bilancio della Difesa e potrebbe richiedere nuovi stanziamenti del Congresso americano se la campagna militare dovesse proseguire.
Il costo delle operazioni militari
Come evidenziato nell’analisi del Csis, una parte significativa della spesa deriva dal dispiegamento delle forze armate. Le operazioni aeree rappresentano una delle componenti principali della campagna: nell’operazione sono coinvolti oltre 200 velivoli da combattimento, tra caccia stealth come F-35 e F-22 e altri aerei tattici impiegati nei raid contro infrastrutture militari.
Il costo delle operazioni aeree basate a terra nelle prime 100 ore è stimato in circa 125 milioni di dollari, con una spesa aggiuntiva che può arrivare a 30 milioni al giorno se il ritmo delle missioni resta invariato.
Alle operazioni dell’Air Force si affianca il dispiegamento navale. Nella regione operano due portaerei insieme a cacciatorpediniere e altre unità impegnate nel lancio di missili e nella difesa antimissile. Le operazioni navali hanno comportato circa 64 milioni di dollari di costi nelle prime 100 ore, con un incremento stimato di 15 milioni al giorno se la presenza militare continuerà.
Anche le forze terrestri partecipano alla campagna con sistemi di difesa e supporto come Patriot, Thaad e l’artiglieria Himars, impiegati per la protezione delle basi e per le operazioni di difesa antimissile.
Munizioni e difesa antimissile: la voce più pesante
La componente più costosa riguarda però le armi utilizzate nei bombardamenti e da rimpiazzare negli arsenali del Pentagono. Le stime indicano che durante la fase iniziale della campagna siano state impiegate circa 2.600 munizioni. La sostituzione di queste armi negli stock militari statunitensi potrebbe costare circa 3,1 miliardi di dollari, rendendo le munizioni la principale voce di spesa dell’operazione.
Nella prima ondata di attacchi sono stati utilizzati anche missili a lungo raggio come i Tomahawk, impiegati per colpire infrastrutture militari e sistemi di difesa aerea. Un’altra voce significativa riguarda la difesa contro missili balistici e droni. Le intercettazioni con sistemi come Patriot e Thaad potrebbero arrivare a generare circa 1,7 miliardi di dollari di costi nella fase iniziale del conflitto.
La guerra dei droni e lo squilibrio dei costi
Uno degli elementi che sta cambiando l’economia del conflitto è la diffusione dei droni a basso costo. I velivoli kamikaze Shahed-136 utilizzati dall’Iran hanno un costo stimato tra 20.000 e 50.000 dollari per unità.
Per abbatterli, invece, i sistemi di difesa occidentali possono utilizzare intercettori dal costo molto più elevato: alcuni missili di difesa aerea possono arrivare a diversi milioni di dollari, fino a circa 4 milioni per un Patriot Pac-3.
Questo crea una forte asimmetria economica tra attacco e difesa: un attaccante può saturare le difese con armi relativamente economiche, mentre chi si difende rischia di spendere molto di più per neutralizzare ogni singola minaccia.
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Un elicottero MH-60S Sea Hawk dello Helicopter Sea Combat Squadron 14 atterra sul ponte della portaerei nucleare USS Abraham Lincoln durante l’operazione Epic Fury, 4 marzo 2026. © Foto: U.S. Navy




