Il vino italiano continua a essere una delle espressioni più forti del capitalismo familiare nazionale, anche in una fase di rallentamento del mercato. Secondo l’indagine dell’Area Studi Mediobanca sui principali produttori italiani, il 66% del patrimonio netto del settore è detenuto da famiglie, quota che sale all’82% considerando anche il peso delle cooperative. Un modello che resta largamente distante dai mercati finanziari: solo due società risultano quotate all’Aim dal 2015.
Il quadro emerge in un anno complesso per il comparto. Nel 2025 i maggiori produttori italiani di vino hanno registrato un calo delle vendite del 2,8% rispetto al 2024, con un peggioramento più marcato sui mercati esteri (-3,4%) rispetto a quello domestico (-2,2%). A soffrire maggiormente sono state le imprese di minori dimensioni, con fatturato inferiore ai 30 milioni di euro, che hanno segnato una flessione del 3,5%.
L’Italia mantiene comunque il ruolo di primo produttore mondiale di vino con 44,4 milioni di ettolitri, pari al 19,7% del totale globale. Resta inoltre il primo esportatore per quantità e il secondo per valore, dietro soltanto alla Francia.
Il vino italiano resta legato alle famiglie
L’assetto del comparto continua a essere caratterizzato da una forte concentrazione proprietaria e gestionale. I consigli di amministrazione restano prevalentemente composti da pochi membri: l’87,4% dei Cda non supera i cinque componenti e nel 52% dei casi le deleghe operative sono concentrate nelle mani di un solo soggetto.
L’età media dei vertici aziendali resta elevata: gli amministratori unici hanno in media 65 anni, i presidenti 64. Limitata anche la presenza femminile nei board, pari al 13,6% del totale.
Accanto alla tradizione familiare cresce però l’attenzione verso operazioni di consolidamento e passaggi generazionali. Le operazioni di M&A, si riporta nell’analisi di Mediobanca, vengono considerate uno strumento utile sia per rafforzare il presidio della filiera sia per affrontare un mercato ritenuto sempre più selettivo.
Consumatori in ritirata e mercato più selettivo
Il report evidenzia un cambio strutturale nei consumi. Negli ultimi cinque anni l’80% dei produttori italiani ha rilevato una diminuzione della domanda di vino e circa due terzi delle aziende ritiene che questa tendenza proseguirà anche nei prossimi anni.
Nonostante questo scenario, il 70% delle imprese continua a considerare il settore attrattivo. La risposta individuata passa soprattutto attraverso la diversificazione dell’offerta e dei mercati. Per il 72% delle aziende la leva principale sarà ampliare i prodotti, mentre il 64% punta sullo sviluppo di nuovi sbocchi commerciali.
Sul fronte dei consumi cambiano anche le preferenze. Tengono meglio gli spumanti, che registrano un calo più contenuto (-1,5%) rispetto agli altri vini (-3,3%). Resiste inoltre la fascia premium (-2,2%), mentre soffrono maggiormente i vini di fascia intermedia (-3,1%).
Export debole e investimenti ancora in crescita
A pesare sui risultati del 2025 è soprattutto la frenata dell’export. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, che rappresentano il 70% del mercato nordamericano, calano del 6,3%, mentre quelle verso i Paesi Ue segnano un -2,8%. Più stabile il Regno Unito (-0,7%).
Nonostante il rallentamento, il settore continua però a investire. Nel 2025 gli investimenti complessivi risultano in crescita del 3,5% rispetto all’anno precedente. Le principali risorse vengono destinate alle cantine, all’efficienza energetica e alla tecnologia. Più prudente invece la spesa pubblicitaria, in calo del 5,4% e pari al 2,6% delle vendite.
Sul piano distributivo arretrano diversi canali di vendita: l’Ho.Re.Ca. perde il 2%, le enoteche e i wine bar il 5,1%, mentre anche l’online registra una flessione sia sui siti aziendali sia sulle piattaforme terze.
© Riproduzione riservata
© Shutterstock





